Molti dei pazienti di Yuxin Sun, psicologa di Seattle, ci tengono a ribadire di non essere perfezionisti. “Non sono perfetto, tutt’altro”, le dicono tutti. Ma essere perfezionisti non significa essere i migliori in ogni ambito, spiega Sun. “È la sensazione di non poter mai arrivare alla perfezione, di non essere mai abbastanza bravi, di non sentirsi mai adeguati”. E questo può scatenare una dura voce interiore che ci sminuisce e ci punisce. Il perfezionismo è così diffuso che esiste un test per misurarne l’intensità attraverso la Multidimensional perfectionism scale (Mps). Analizzando per anni le risposte degli studenti a un questionario basato su questa scala, i ricercatori hanno registrato un’impennata nel tasso di perfezionismo tra il 2006 e il 2022.

Thomas Curran, professore di psicologia della London school of economics and political science che ha condotto l’analisi, sottolinea che il tipo di perfezionismo con l’incremento maggiore è quello socialmente prescritto, cioè radicato nella convinzione che gli altri pretendano da noi la perfezione. Oggi i giovani hanno maggior probabilità di registrare un punteggio alto in questo ambito rispetto a chi ha fatto il test decenni fa. Le cause sono diverse e vanno dall’aumento delle aspettative dei genitori e delle pressioni a scuola all’onnipresenza degli influencer online, fino alla pubblicità.

Evitare di pensare in prima persona ci fa prendere le distanze dalle preoccupazioni

La sensazione di non essere abbastanza bravi o che la nostra condizione attuale sia “inadeguata o insufficiente ha creato un circolo vizioso inarrestabile”, spiega Curran, in cui “non esiste gioia nel successo e dilaga l’autocritica”. A prescindere da quanto e se ci consideriamo perfezionisti, secondo gli esperti esiste una serie di misure da poter adottare per tenere sotto controllo il nostro critico interiore.

Accettare il buono

Ethan Kross, professore di psicologia dell’università del Michigan e autore di Quella voce nella tua testa. Perché è importante capirla e come fartela amica (2021), racconta che un processo chiamato “distanziamento” è la sua “prima linea di difesa” contro i pensieri negativi. È un modo per osservare da lontano il nostro brusio interiore e affrontarlo in maniera diversa. Se nel bel mezzo della notte ci ritroviamo angosciati da un pensiero negativo, per esempio, faremmo bene a “entrare in una macchina del tempo mentale”. Dovremmo porci la domanda: “Come mi sentirò quando ci ripenserò domani mattina?”. L’ansia ci apparirà probabilmente meno forte alla luce del giorno. La proiezione verso il futuro potrebbe aiutarci anche di più: davvero fra tre mesi avrà importanza se oggi ho esitato durante una presentazione?

Un altro modo per prendere le distanze dalle preoccupazioni è quello di evitare di pensare in prima persona. Invece di dire: “Non posso credere di aver fatto quell’errore, sono una stupida”, si potrebbe acquisire una prospettiva nuova dicendosi: “Christina, hai fatto un errore. Ora questo ti fa sentire in colpa, ma non sarà così per sempre. Quello che è successo a te è successo a molte altre persone”. Nei suoi studi, Kross ha scoperto che quando le persone usano il pronome “tu” o il loro nome anziché il pronome “io” ed esaminano le proprie sensazioni da una prospettiva esterna, è come se “scattasse un interruttore”. Il risultato è un dialogo interiore più costruttivo e positivo rispetto a quello di chi si rivolge a se stesso in prima persona. Diverse ricerche hanno riscontrato benefici simili per chi adotta un punto di vista più distaccato. Curran, che ha raccontato le proprie difficoltà nel libro _Elogio dell’imperfezione _(2024), spiega di essersi impegnato per accettare l’idea che il concetto di “abbastanza buono” sia preferibile al perfezionismo e ai pensieri negativi. Il perfezionista ha l’impressione che nulla sia mai abbastanza, dunque per accettare l’idea di “abbastanza buono” è indispensabile saper mollare la presa, dice Curran.

Strategia di sopravvivenza

Per lo psicologo era del tutto normale lavorare la notte, nei fine settimana e durante le vacanze, ma dopo la nascita del figlio ha ridotto le ore dedicate al lavoro provando una sensazione liberatoria. In passato le sue decisioni erano determinate dall’ansia di migliorarsi. Ora, invece, cerca di organizzare il suo tempo concentrandosi sulle cose che gli danno gioia e appagamento.

È una filosofia condivisa anche dal medico canadese esperto di traumi Gabor Maté, che di recente in un podcast ha sottolineato come la sensazione di legittimazione e l’autostima dovrebbero nascere dall’interno, perché l’alternativa è quella di “sacrificare la propria gioia” alla ricerca di un apprezzamento esterno.

In generale il perfezionismo somiglia a una strategia di sopravvivenza, “una specie di armatura da indossare” per sentirsi meno vulnerabili, spiega Sun. Dunque non dovremmo preoccuparci troppo delle nostre tendenze perfezioniste. Tuttavia, quando l’armatura diventa troppo pesante, può essere il momento di ringraziare il perfezionismo per i suoi servigi e dirgli addio, un po’ come fa la scrittrice di economia domestica Marie Kondo quando si libera delle cose in eccesso, spiega Sun. “Forse possiamo cominciare eliminando l’armatura delle braccia” per poi passare, sempre metaforicamente, a quella per le gambe. Secondo Sun è importante affidarsi a un professionista della salute mentale per ricevere aiuto durante il processo.

“Lavoro con i miei pazienti per costruire questa sicurezza interiore”, cioè la capacità di trovare dentro di sé la stima di cui hanno bisogno per sentirsi in pace, racconta Sun. In questo modo, un giorno, potranno dire a se stessi: “Accetto il modo in cui sono oggi senza essere ossessionato dal modo in cui dovrei essere” . ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1560 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati