Come sa bene qualsiasi osservatore attento dello spirito del tempo, il modo più veloce per abbellire una tendenza culturale minore presentandola come un fenomeno estetico è quello di usare il suffisso core (essenza) al suo nome. L’ultimo esempio è il dynastycore, l’ossessione della tv moderna per le famiglie multigenerazionali.
Dopo Succession, House of Gucci, Ferrari, I Soprano e naturalmente The crown, sta per arrivare House of Guinness, di cui sono in corso le riprese in una lunga serie di location scintillanti.
Il dynastycore si basa su due qualità fondamentali: la stravaganza materiale (vestiti, automobili, case) e la posizione sociale elevata: si tratta di persone importanti per il solo fatto di essere nate. Nella nostra società apparentemente meritocratica questa idea potrebbe sembrare piuttosto reazionaria, ma a quanto pare esercita un fascino enorme.
Imprigionati dalla storia
“L’appeal”, spiega David Jenkins, redattore della rivista Tatler, “sta nel fatto che lo spettatore, anche se non fa parte di una grande dinastia, prova una forma di empatia davanti alle faide familiari. Forse perché a tutti noi, a un certo punto, è capitato di rimanerci coinvolti”.
I conflitti tra parenti sono al centro delle rappresentazioni artistiche fin dai tempi del teatro greco antico, e non sono una novità nemmeno in tv. Negli anni sessanta la tv britannica ha mandato in onda un adattamento in 26 parti della Saga dei Forsyte, mentre negli anni ottanta è arrivato il successo di Dinasty, la storia cotonata di una famiglia di petrolieri che Clive James ha definito “una riserva di caccia di Disneyland i cui personaggi principali erano ologrammi umani”. Alla base di ogni saga dinastica c’è un paradosso: i personaggi godono della libertà garantita dalla ricchezza, ma sono imprigionati dalla storia e dalla consapevolezza che nulla di ciò che fanno sarà all’altezza del prestigio dei loro antenati.
Naturalmente questo paradosso non emerge subito. All’inizio della narrazione, di solito, facciamo conoscenza con un patriarca animato da una sete insaziabile di denaro, potere e status, oltre che dal desiderio di costruire una famiglia che attirerà l’attenzione delle emittenti televisive per generazioni.
Perfino la famiglia reale può far risalire le proprie origini a un capo che ha massacrato un rivale o ha venduto una figlia per impossessarsi della corona. “Una nuova dinastia si fonda solo in mezzo ai tumulti. Il sangue è un buon concime”, scriveva Émile Zola.

Ma cosa accade al lignaggio quando la battaglia si conclude e il bottino è assicurato? Il prezzo del successo ricade inesorabilmente sulle spalle delle generazioni successive, che sono anche quelle che hanno contribuito meno alla creazione del patrimonio familiare. La valuta di questo prezzo è la noia. Le dinastie nascono con una battaglia, ma presto vivono una fase decadente in cui alcuni esponenti di spicco finiscono per diventare modelli o muse. Un esempio istruttivo di questa regola arriva dalla famiglia Guinness, il clan irlandese che ha gestito attività molto redditizie nel settore bancario, in politica e nella produzione di birra.
I suoi trionfi e le sue cadute costituiscono la base del dramma storico House of Guinness, prodotto da Netflix e scritto da Steven Knight (Peaky blinders). Come a rispecchiare le caratteristiche della bevanda che ha reso famoso il nome di famiglia, la serie racconta una storia intensa con toni scuri e molta schiuma.
La dinastia è stata fondata da Arthur Guinness, figlio di un agricoltore che nel 1759 aprì una birreria che sarebbe entrata nella storia. Il prestigio della famiglia è stato assicurato dal terzo figlio di Arthur, Benjamin, che diventò l’uomo più ricco d’Irlanda. Negli anni venti del novecento arrivò la decadenza, incarnata da Bryan Guinness, erede della baronia di Moyne. Bryan sposò Diana Mitford, che poi lo abbandonò per Oswald Mosley, il fascista britannico amico di Hitler.
Il dynastycore è pieno di paragrafi del genere, in cui abbondano nomi famosi, svolte drammatiche e collegamenti imprevisti. Questo perché le dinastie si sviluppano come rovi, intossicando e intrappolando ogni cosa che toccano.
Il figlio che Bryan ha avuto da Mitford, Jonathan, è diventato il terzo barone di Moyne, fanatico di destra e autore, negli anni ottanta, di un libro di memorie raccontato dalla voce della sua amante Susan “Shoe” Taylor, hippy e acrobata a tempo perso che aveva lavorato, senza grande successo, come “tea lady” nella casa discografica dei Beatles, la Apple.
Creazione di una mitologia
Il barone ha avuto tre figli da Shoe, tre dalla prima moglie e due dalla seconda, tra cui Daphne Guinness, andata in sposa a Spyros Niarchos, erede di un armatore greco, nota per i suoi vestiti stravaganti, musa di Karl Lagerfeld e amante del filosofo francese Bernard-Henri Lévy.
Naturalmente non mancano le morti improvvise, altra caratteristica imprescindibile delle grandi dinastie. La prima è quella del barone Moyne, ucciso da un’organizzazione sionista al Cairo nel 1944. Vent’anni dopo è toccato al marito di Brigid Guinness, il principe Federico di Prussia, annegato nel Reno, e al figlio di Oonagh Guinness, Tara Browne, che a 21 anni si è schiantato a Londra con la sua Lotus, a quanto pare sotto l’effetto di lsd. La leggenda narra che la canzone dei Beatles A day in the life sia stata ispirata dalla morte di Browne.
Ma tutto questo è importante? In senso strettamente intellettuale non lo è affatto. Non c’è alcun bisogno di conoscere le circostanze della morte della nipote di Honor Guinness a Oxford o di sapere che nella National portrait gallery c’è un ritratto di Jasmine Guinness.
Eppure, in qualche modo, l’accumulo di dettagli storici, sia quelli tetri sia quelli affascinanti, contribuisce a creare la mitologia di una dinastia, la sensazione che un famoso lignaggio sia eterno nonostante i fallimenti e le tragedie personali. In realtà, anche se le prime pagine dei giornali sono spesso dedicate agli esponenti più caotici della tribù, dietro la noia e la dipendenza da eroina c’è sempre qualcuno che porta avanti la baracca.
E così, in concreto, sopravvivono. Il Regno Unito esercita una forza d’attrazione enorme sulle famiglie dinastiche, con le sue ville monumentali e i terreni a prezzi folli. Uno dei risultati più impressionanti dell’aristocrazia è quello di essere riuscita a generare più reverenza che risentimento. Forse è per questo che il dynastycore si sposa bene con i nostri tempi dominati dalla Silicon valley. È l’ennesimo invito a lasciarci ammaliare (con tutte le conseguenze del caso, positive e negative) dai super-ricchi che vivono un’esistenza per noi inarrivabile. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1598 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati