“Per la maggior parte della mia vita, mio padre non è stato altro che una sagoma nel nostro album di famiglia. Quando avevo sette anni, mia madre svegliò me e mio fratello nel nostro appartamento a Mosca e ci disse di fare i bagagli”, scrive la fotografa Diana Markosian.

“Non salutammo mio padre. La mattina dopo arrivammo in California. Allora non lo capivo, ma sarebbe stata la nostra nuova casa. Per mia madre il modo per dimenticare mio padre era semplice. Tagliò via la sua immagine da ogni fotografia di famiglia. Per me, quei buchi rendevano più difficile dimenticarlo. In America, ho aspettato che venisse a cercarmi. Non lo fece mai. Mi sono spesso chiesta come sarebbe stato avere un padre. Me lo chiedo ancora”.

Molti dei lavori di Diana Markosian sono indagini autobiografiche in cui l’autrice mette insieme vecchie foto di famiglia, ricostruzioni di ricordi e scansioni di documenti utili a ricucire i pezzi della sua storia. In Santa Barbara (Internazionale 1264) aveva raccontato con un film e una messa in scena fotografica il viaggio della sua famiglia dalla Russia post-sovietica alla California concentrandosi sul punto di vista di sua madre.

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Nel suo ultimo libro, Father, Markosian parla invece in prima persona del brutale e improvviso distacco da suo padre.

Era il 1996, i suoi genitori erano separati e la madre aveva deciso di lasciarsi tutto alle spalle per inseguire il sogno americano. Lei e suo fratello, ancora bambini, non sapevano che stava per cominciare la loro nuova vita. Attraverso testi e immagini intime, in cui la luce contribuisce a creare un’atmosfera malinconica e l’alternanza tra colore e bianco e nero sembra ribadire che la memoria è un terreno incerto, l’autrice ci parla di perdita, cicatrici e riconciliazione, ma anche di quanto i vuoti diventino non detti difficili da sciogliere.

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Quando, dopo 15 anni di lontananza, decide di andare a trovare suo padre, scrive: “Sono nel cortile fuori del suo appartamento. Non riesco a ricordare che aspetto abbia. Da bambina, ho provato a chiedere di lui a mia madre. ‘Sto dimenticando i suoi occhi’, avevo detto. ‘Bene’, aveva risposto. ‘Io li ho dimenticati molto tempo fa”.

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E ancora: “I suoi capelli sono grigi.

Il suo volto è scarno. Le sue spalle sono curve. All’inizio non mi riconosce. Nemmeno io lo riconosco. ‘Perché ci hai messo tanto tempo?’ chiede”.

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Il libro è un viaggio interiore nel complicato percorso di ricongiungimento tra padre e figlia. L’artista, che annota i suoi pensieri come in un diario, scopre che il padre l’ha cercata a lungo, scrivendo lettere ad ambasciate, polizia e giornali per denunciare la scomparsa dei suoi figli.

La fotografia diventa testimonianza e spazio di immaginazione, ma offre anche la possibilità di registrare nuovi momenti insieme, mentre giocano a carte o fanno colazione. Banali attività quotidiane che non hanno potuto condividere.

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Una frase, in particolare, ci dice che certe assenze non possono essere colmate: “Continuo a cercarlo. Penso che lo farò per sempre”.

Alla fine del volume una busta invita i lettori a scrivere una lettera alla “persona scomparsa” nella loro vita, perché, nelle parole dell’autrice, “questo libro non parla solo della mia storia. Riguarda l’esperienza universale della perdita e la speranza che deriva dal tentativo di ritrovare ciò che una volta era perduto”.

Il libro
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Father, della fotografa statunitense di origine armena Diana Markosian, è stato pubblicato dalla casa editrice Aperture nel 2024.


Le lettere saranno parte della mostra che si terrà ad Amsterdam, nei Paesi Bassi, negli spazi di Foam, dal 7 marzo al 28 maggio 2025. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1599 di Internazionale, a pagina 64. Compra questo numero | Abbonati