Sulla scrivania di Aviaja Abelsen-Petersen, 18 anni, c’è un cartello con una scritta in caratteri lilla: “Don’t quit” (Non mollare), ma una riga cancella quattro lettere, così si legge anche “do it” (fallo). Aviaja si è tolta gli stivali di peluche marrone e si aggira per lo studio scalza e ben truccata. Dovrebbe preparare la prossima intervista per l’edizione dedicata ai giovani del canale del servizio pubblico groenlandese Knr, ma si siede al tavolo della cucina della redazione e racconta che lei e un collega sono usciti per vedere Donald Trump Jr quando è venuto a Nuuk, l’8 gennaio. Avevano anche individuato la sua auto, ma lui non c’era. “È emozionante ma anche spaventoso che sia venuto qui”.

In Groenlandia i giovani vanno a scuola, lavorano, escono con gli amici, vanno in palestra e al lavoro. Insomma fanno la vita dei giovani mentre il paese è diventato una tessera di un puzzle geopolitico e la questione dell’indipendenza è tornata al centro del dibattito. Alcuni sono ardenti sostenitori di una Groenlandia indipendente il prima possibile. Altri non s’interessano alla politica. Altri ancora non vogliono parlare con degli stupidi giornalisti danesi. Molti sono in dubbio su cosa succederà. Una ragazza racconta che metà della sua classe è favorevole all’indipendenza, mentre l’altra metà sostiene che la Groenlandia deve rimanere danese. E non sono solo i groenlandesi a essere curiosi del futuro. All’inizio di gennaio nella capitale c’erano giornalisti da tutto il mondo e influencer statunitensi che volevano parlare con i giovani di soldi e dell’effetto Trump.

Aviaja Abelsen-Petersen spera che un giorno la Groenlandia diventi indipendente, in modo da poter collaborare con altri e non solo con la Danimarca. “Ma non deve succedere troppo in fretta. Mi preoccupa la sanità, già oggi è una situazione difficile”, dice. L’ambizione di Donald Trump di impadronirsi della Groenlandia ha turbato il delicato processo d’indipendenza. Le domande sul futuro si accavallano: cosa preferiscono i groenlandesi? Cosa offrono gli Stati Uniti? In che modo la Danimarca vuole ricostruire il suo rapporto con la Groenlandia?

Il 6 aprile Aviaja voterà per la prima volta alle elezioni parlamentari in Groenlandia. È favorevole al capo del governo di sinistra in carica, Múte Bourup Egede. Ma non ha ancora deciso di preciso cosa votare: “Voglio prima sentire quello che hanno da dire i candidati”. Non ricorda di aver imparato qualcosa sulla storia della Groenlandia a scuola. Solo al liceo si è parlato di storia coloniale. Come la maggior parte degli insegnanti, anche il suo era danese e assegnava spesso lavori in classe in cui ogni gruppo si occupava di un tema specifico. A un gruppo, per esempio, era stato assegnato il tema della “campagna delle spirali”, un piano attraverso il quale le autorità danesi, tra la fine degli anni sessanta e la metà degli anni settanta, avevano impiantato spirali contraccettive a quasi la metà delle ragazze e delle donne in età fertile, spesso senza il loro consenso. Al gruppo di Aviaja Abelsen-Petersen era toccato l’esperimento con i bambini. È la storia di 22 bambini groenlandesi inviati in Danimarca nel 1951. Facevano parte di un esperimento educativo che mirava a danesizzarli in modo che potessero poi tornare in Groenlandia e diventare un modello per gli altri. L’esperimento fallì in tutti i sensi: quando i bambini tornarono in Groenlandia, avevano dimenticato la loro lingua materna e molti di loro finirono male. Più tardi il governo danese si è scusato e i sei che nel 2022 erano ancora in vita hanno avuto un risarcimento. “È stato spaventoso da studiare. Ho sofferto per loro. Hanno perso la loro identità ed erano solo dei bambini”.

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L’attenzione del mondo

Aviaja Abelsen-Petersen conosce giovani arrabbiati con la Danimarca. Lei stessa si sente offesa dai pregiudizi dei danesi sul fatto che i groenlandesi siano stupidi, o quando vede i giovani danesi intervistati sui social media e scopre che non sanno niente della Groenlandia. “Non sanno com’è fatta la nostra bandiera né quanti abitanti ha l’isola, mentre a noi tocca studiare la Danimarca e imparare il danese”. Secondo Aviaja, quindi, dalla visita di Trump potrebbe anche saltar fuori qualcosa di buono. “Tutti sanno che la Groenlandia non è in vendita, ma l’interesse di Trump richiama l’attenzione. Così tutti possono vedere come la Danimarca ci ha trattato, ma anche la grande forza della Groenlandia”.

Sulla questione dell’attenzione Aviaja Abelsen-Petersen ha ragione. All’inizio di gennaio a Nuuk ha fatto particolarmente freddo anche per un inverno groenlandese: vento forte e 12-15 gradi sottozero. Eppure si vedevano giornalisti per strada in collegamento con le redazioni dei loro paesi. Anche dopo il tramonto, perché il giorno è breve: il sole sorge verso le 11 e tramonta alle 16. Non ci sono mai stati tanti giornalisti stranieri nella città di ventimila abitanti, circa un terzo della popolazione della Groenlandia.

Sulla cima di una scogliera che domina il fiordo si erge la statua di Hans Egede, che dal 1721 fu missionario in Groenlandia e avviò la colonizzazione del paese. Nonostante il freddo e il vento, un paio di giornalisti hanno trascinato l’attrezzatura per filmare la statua al tramonto. A metà giornata girano voci che alcuni sostenitori statunitensi di Trump, vestiti con i colori della bandiera americana, abbiano distribuito in città cappellini e soldi. Sui social sono stati condivisi brevi video. Anche l’influencer statunitense Nick Shirley, che ha più di novantamila follower su Instagram, era a Nuuk. Sul suo profilo mostra un video con tre ragazzi: uno con un cappello Make America great again dice che Trump deve comprare la Groenlandia, un altro dice “No more danish” (basta danesi).

I giovani danesi intervistati non sanno niente della Groenlandia

Nell’auditorium del liceo ci dà il benvenuto con un cenno Emil Christensen, che ha 16 anni. Frequenta il primo anno ed è rimasto a scuola perché un compagno dev’essere intervistato dal New York Times. Non succede tutti i giorni. Così quando entrano due stranieri crede che siano gli statunitensi. Anche Emil è stato intervistato da Nick Shirley. Sapeva che era un sostenitore di Trump ma comunque, secondo lui, aveva fatto delle buone domande. “Ma moriva dal freddo”, aggiunge ridendo. Emil scrive un sms a sua madre dicendo che è stato intervistato e lei lo prende in giro perché in cambio gli hanno dato un cappellino rosso e dei soldi. Lui ride. “Ok, volevo il cappello ma non ci voglio mica andare in giro”. Si scrivono in danese. Il padre di Emil viene dalla Danimarca e non parla groenlandese, mentre la madre viene dalla Groenlandia dell’est e parla groenlandese e danese. “Mia nonna voleva che lei parlasse danese. Pensava che fosse più fine e le desse anche più opportunità”, dice Emil. Al liceo le lezioni sono in danese, tranne che per il corso di lingua groenlandese. Emil la capisce ma fa fatica a parlarla. Per questo ha in programma un corso integrativo di groenlandese. Con i suoi amici parla soprattutto danese, ma anche molto in inglese, imparato dai film e sui social media, che sono anche il mezzo su cui si tiene informato.

L’opinione di Emil Christensen sul nuovo presidente degli Stati Uniti è leggermente diversa da quella della maggior parte dei groenlandesi. Secondo lui Trump era un candidato migliore della democratica Kamala Harris. “Non mi fido dei politici. Penso che in politica ci siano molti imbrogli. Non mi fido al cento per cento nemmeno di Trump, ma credo che sia più sincero”. La visita di Trump jr. gli è sembrata importante. “È interessante se il figlio di una delle persone oggi più conosciute al mondo viene fin quassù e il nostro paese è su tutti i telegiornali”.

Emil pensa che la Groenlandia potrebbe collaborare di più con gli Stati Uniti e che una maggiore presenza di militari statunitensi possa essere un vantaggio per il paese. Non rifiuta neanche totalmente il pensiero che la Groenlandia possa diventare parte degli Stati Uniti dopo l’indipendenza dalla Danimarca: “Avrebbe un modello sociale completamente diverso, l’istruzione e l’assistenza sanitaria non sarebbero gratuite. Però si pagherebbero meno tasse”. Emil pensa che la Groenlandia diventerà indipendente, ma in futuro, forse tra dieci o vent’anni. “I soldi non possono venire solo dal pesce. Quindi dobbiamo sfruttare i minerali”, dice.

Non ha ancora deciso cosa farà dopo il liceo. Non esclude di andare a studiare in Danimarca. Spiega che lui è un “bianco”, cioè non somiglia molto a un groenlandese e quindi non può capire i pregiudizi che un abitante locale può incontrare. Ma forse potrebbe anche restare in Groenlandia e fare studi tecnici. Prima però deve lavorare in un supermercato nel tempo libero. I giornalisti statunitensi non si sono fatti vedere, così Emil s’infila un berretto caldo sopra il cappellino rosso e va a prendere l’autobus.◆ pb, fc

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Questo articolo è uscito sul numero 1599 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati