Il vertice sull’intelligenza artificiale, organizzato da Francia e India il 10 e l’11 febbraio a Parigi, ha cercato di gettare le basi per regolare in modo coordinato e multilaterale lo sviluppo di una tecnologia il cui impatto è ancora difficile da valutare. Al di dà degli annunci sugli investimenti e delle buone intenzioni, questo tentativo si scontra con le forti divergenze nel modo di affrontare la questione. Una sessantina di paesi hanno firmato la dichiarazione finale del vertice, che chiede un’intelligenza artificiale (ia) “aperta”, “inclusiva” ed “etica”. I tre concetti rimandano a uno sforzo comune per mantenere un dialogo sul futuro di questa tecnologia, evitare che si concentri nelle mani di pochi e fare in modo che sia compatibile con gli obiettivi climatici e di sviluppo umano.

Anche se questi grandi princìpi sono ancora poco applicati e l’efficacia di questo schema di riferimento è tutta da dimostrare, è un punto di partenza indispensabile per regolare una tecnologia molto promettente ma vorace sul piano energetico, capace di manipolare l’opinione pubblica, di esercitare una sorveglianza pericolosa, di destabilizzare il mercato del lavoro e addirittura di uccidere, se applicata alle armi. Queste precauzioni minime, però, non sono state condivise da tutti. Il Regno Unito e soprattutto gli Stati Uniti non hanno firmato la dichiarazione finale. Per Londra le iniziative non combaciano con “l’interesse nazionale” britannico, mentre il vicepresidente statunitense JD Vance ha chiesto di limitare le regole per “non uccidere un’industria in piena crescita”, intimando allo stesso tempo all’Europa di non allearsi con “i regimi autoritari”, riferendosi alla Cina.

Stabilire delle indicazioni generali per l’ia non è incompatibile con l’innovazione. Le regole, in realtà, possono addirittura favorirla. La legge europea sui mercati digitali potrebbe rivelarsi utile per evitare che le aziende statunitensi monopolizzino l’accesso all’ia. Quanto al rischio rappresentato dalla Cina, Vance non ha del tutto torto, ma questo non significa che l’Europa debba sottomettersi agli Stati Uniti. È una questione di sovranità ma anche di prospettiva. L’Unione deve proporre alternative al modello statunitense, scommettendo sull’ia open source, sul risparmio energetico e sulla sicurezza e la trasparenza dei sistemi. Inoltre sarà importante finanziare ricerche in settori trascurati dai giganti della Silicon valley, con un occhio alle necessità del sud globale. Il vertice ha indicato una terza via che va assolutamente esplorata. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1601 di Internazionale, a pagina 15. Compra questo numero | Abbonati