Le cariche della polizia che contrastano la protesta, oppure – come è stato dichiarato ieri – che prevengono la protesta, hanno una lunga storia. La raccontano e la analizzano in modo molto approfondito due sociologi, Donatella della Porta e Herbert Reiter, in un libro del Mulino del 2004, “Polizia e protesta”. Questa è la prima parte dell’introduzione.
Nei regimi autoritari l’unico criterio per la valutazione dei corpi di sicurezza interna è la loro efficacia; nei sistemi democratici, invece, il principale indicatore del successo democratico non solo dell’istituzione della polizia, ma di tutto lo stato è la capacità di conciliare il rispetto delle libertà e dei diritti individuali con la protezione della sicurezza e dell’ordine pubblico.
Alcuni problemi inerenti alla istituzione della polizia – non del tutto risolti né dall’avvento dello stato di diritto, né dallo sviluppo della democrazia moderna – riguardano la delicata relazione tra potere e diritto. La polizia, infatti, condivide con il legislatore e con la magistratura la funzione di proteggere l’ordine attraverso la pacificazione, o almeno la canalizzazione, dei conflitti, ma le sue competenze sembrano più direttamente espressione del potere “puro” dello stato e il suo modo di esercitarle un residuo del vecchio “stato di polizia”.
Il fatto che la polizia concentri nella sua organizzazione e nelle sue azioni funzioni di pianificazione, decisione ed esecuzione nei fatti sfida i principi della divisione dei poteri, oltre che del lavoro, fra le istituzioni. Esiste perciò nella funzione della polizia, anche in uno stato democratico, una tensione oggettiva tra il potere e il diritto, tra l’intervento rapido e efficace, che travolge resistenze e ostacoli, e il dovere di rispettare pienamente i vincoli giuridici, soprattutto i diritti di tutti i cittadini.
La consapevolezza dell’importanza di un equilibrio tra esigenze dell’ordine pubblico e libertà dei cittadini non è certo recente. Già Platone affermò che è quasi impossibile trova re un protettore dell’ordine conforme al suo concetto ideale, capace cioè di comportarsi allo stesso tempo in modo mite, pacifico e accorto verso tutti i cittadini rispettosi della legge e, tuttavia, energico e valoroso, dinamico e aggressivo verso i nemici della polis.
La tensione tra potere e diritto è particolarmente acuta nel caso del controllo dell’ordine pubblico, e più precisamente nella parte relativa agli “sfidanti” del potere o del “sistema”. Per la polizia delle moderne società democratiche il protest policing, cioè il controllo della protesta, è infatti uno dei compiti più delicati: ciò che è in gioco non sono “solo” le libertà personali, ma anche i diritti di partecipazione politica dei cittadini e perciò l’essenza stessa del sistema democratico.
La concezione dell’ordine pubblico sulla quale si basa la polizia e le strategie che utilizza per proteggerlo si riflettono nella percezione che i cittadini hanno del rispetto mostrato dallo stato per i loro diritti e le loro libertà. In questo senso il poliziotto che interviene a controllare le manifestazioni di protesta è percepito non solo come rappresentante del potere ma anche come indicatore della qualità della democrazia in un sistema politico. Inoltre, gli interventi in ordine pubblico attirano l’attenzione dei mass media, aumentandone l’eco e, quindi, il potenziale di possibili critiche.
Allo stesso tempo il protest policing è un elemento chiave per lo sviluppo e l’autodefinizione della polizia come istituzione e come professione. La graduale affermazione della polizia come principale agenzia specializzata in questo compito è stata di fondamentale importanza per il processo di modernizzazione e professionalizzazione delle forze di polizia in Europa durante l’ottocento.
Inoltre, ondate di protesta hanno avuto effetti importanti sia sulle strategie sia sull’organizzazione della polizia – come ha osservato, per esempio, Jane Morgan nella sua ricerca sulla polizia in Gran Bretagna. Nelle società democratiche contemporanee il modo in cui la polizia affronta la protesta sembra essere infatti un aspetto molto significativo per la sua autoimmagine.
Nelle analisi storiche sulle origini della polizia si possono rintracciare due posizioni, in buona misura contrapposte, ma entrambe dotate di un qualche fondamento, che riflettono, con taglio diverso, sulle stesse problematiche: una posizione vede la polizia come corpo creato “dal basso”, dalla società civile, rispondendo alle richieste di protezione e di sicurezza che venivano dai cittadini; un’altra come corpo creato “dall’alto”, dal governo, come strumento per imporre il rispetto delle sue leggi anche a quelle classi sociali e organizzazioni politiche che non si riconoscevano in esso.
Come modellata sulla prima concezione viene considerata, in genere, la polizia inglese con la sua tradizione di community policing; sulla seconda quella francese, nata come “polizia del re”, che costituisce la tradizione dominante sul continente europeo, riflettendosi in particolare nelle forze di polizia italiane.
Ai due modelli, o alle due funzioni, corrispondono due modi di legittimarsi della polizia stessa – una legittimazione civica nel primo caso, una legittimazione politica nel secondo – che si esprimono anche in due modi diversi di concepire il proprio ruolo. Le concezioni sul ruolo della polizia si muovono infatti fra i due poli della polizia dei cittadini, che difende la costituzione, e della polizia dello stato – o del sovrano – che difende invece innanzitutto il governo,
Queste concezioni hanno effetti concreti sul modo di agire della polizia. In una critica agli studi organizzativi, che si soffermavano principalmente sugli organigrammi delle forze di polizia, è stato osservato che “la polizia [dovrebbe essere], quindi, definita nei termini della sua key practice”. Nella prassi poliziesca si possono cogliere scelte tattiche e strategiche, che riflettono i modelli di prevenzione e repressione adottati. Studi sugli interventi della polizia nelle dispute fra cittadini hanno distinto, per esempio, fra azioni di mediazione, separazione, coercizione e consulenza; in relazione al controllo sociale, si è parlato di stile penale, stile conciliante, stile terapeutico e stile compensatorio.
In generale, gli studi sulla polizia in Europa sembrano indicare, a partire soprattutto dagli anni ottanta, un crescente interesse verso modelli sia preventivi (local intelligence policing) sia comunitari (community policing), caratterizzati da attenzione ai rapporti con la comunità locale e ricerca di cooperazione e consenso.
Più criticati sono stati i tradizionali modelli reattivi, basati su un intervento repressivo ex post (fire brigade policing). Questi cambiamenti nelle strategie sono accompagnati da mutamenti organizzativi. Tendenze organizzative comuni alle polizie europee appaiono l’aumento di differenziazione (con il moltiplicarsi di strutture, almeno in par te, indipendenti l’una dall’altra), specializzazione (con com piti specifici attribuiti alle varie strutture), professionalizzazione (con forte enfasi sulla formazione e una sorta di «sapere tecnologico»).
Nella loro analisi comparata sulla evoluzione della polizia in Inghilterra, Francia e Repubblica federale tedesca, Funk, Krauss e von Zabern hanno notato sempre maggiori somiglianze fra i tre paesi, sottolineando l’enfasi delle forze di polizia sulla prevenzione, con l’istituzione di organi specializzati nel migliorare le conoscenze della polizia sulla realtà esterna; un grosso investimento nelle banche dati con conseguente “scientificizzazione” del sapere della polizia; trasformazione delle leggi di polizia, che riduce i vincoli legali alla raccolta di informazioni.
Più in generale, è stata osservata, anche sul continente europeo, una “evoluzione da una polizia di stato, statalista, orientata all’esecutivo, e quindi autoritaria, a una polizia dei cittadini, repubblicana e costituzionalista”. L’evoluzione da “polizia del governo” a “polizia dei cittadini” si è evidenziata prima di tutto nella concezione dell’ordine pubblico che le forze di polizia si sentono chiamate a difendere e in quelle azioni e comportamenti che percepiscono come turbamento di quest’ordine.
Donatella della Porta è docente di sociologia presso l’Istituto universitario europeo di Firenze. Da molti anni studia i movimenti sociali e le trasformazioni della democrazia in Europa. Herbert Reiter, storico, collabora con il gruppo di ricerca sull’azione collettiva in Europa (Grace) presso il dipartimento di scienza della politica e sociologia dell’università di Firenze.
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