Il primo segnale d’allarme per la campagna presidenziale di Kamala Harris, candidata del Partito democratico, era risuonato nella contea di Loudoun, in Virginia. Ricca di elettori benestanti, un quarto dei quali di origine asiatica, la contea aveva votato con convinzione per Joe Biden, del suo stesso partito, nel 2020. Quando, nelle prime ore della notte elettorale del novembre 2024, era emerso che Harris aveva vinto con un vantaggio di appena 16 punti, rispetto ai 25 di Biden, gli esperti si erano chiesti se ci fosse un errore.
La contea potrebbe ora spostarsi nuovamente a sinistra. In un centro per il voto anticipato, alcuni volontari hanno distribuito di recente dei facsimile di schede elettorali in hindi. Arjun, un uomo sui cinquant’anni, ha detto di essere pentito di aver sostenuto Donald Trump due anni fa. “Ci ha raccontato un sacco di balle”, ha spiegato.
Davanti al supermercato Patel Brothers, una donna ha dichiarato che voterà per i democratici perché i tagli di Trump hanno smantellato l’assistenza per il figlio disabile. Altri ex sostenitori di Trump hanno fatto sapere che non voteranno più il Partito repubblicano a causa della guerra in Iran, dell’impennata del costo della vita, dei tagli ai visti, delle deportazioni crudeli e della riduzione del personale federale. “Molti dei miei amici hanno perso il lavoro”, ha detto Mohammed, un architetto.
Il calo della popolarità di Trump a Loudoun rispecchia le tendenze a livello nazionale: il gradimento del presidente è sceso di 27 punti nel paese. Ma queste oscillazioni, a favore di Trump due anni fa e contro di lui ora, non sono distribuite uniformemente. Sono concentrate soprattutto in stati e distretti geograficamente lontani ma accomunati da una sorprendente somiglianza demografica: una percentuale di elettori asiatico-statunitensi o ispanici superiore alla media.
Sia i democratici sia i repubblicani hanno spesso fatto confusione con la demografia. Per la sinistra, il crescente numero di elettori non bianchi ha spesso fatto passare in secondo piano la necessità di conquistare i bianchi culturalmente conservatori, mentre i repubblicani hanno spesso temuto che gli immigrati avrebbero garantito ai democratici un potere duraturo.
Effettivamente la percentuale di elettori ispanici è aumentata dal 9 al 16 per cento negli ultimi vent’anni, mentre quella degli asiatico-statunitensi è passata dal 3 al 5 per cento. Ma entrambe le parti avevano torto. I gruppi etnici che stanno crescendo più velocemente negli Stati Uniti sono anche quelli politicamente più aperti. Questo dà ai nuovi statunitensi un’influenza enorme sull’esito di qualunque elezione.
In un paese fondato sull’immigrazione come gli Stati Uniti, i nuovi arrivati hanno contribuito a plasmare la vita politica nel corso della storia. L’ultima ondata è cominciata dopo il 1965, quando furono abolite le quote d’immigrazione e le persone ripresero ad arrivare, principalmente dall’America Latina e dall’Asia.
Pronti a cambiare partito
I nuovi immigrati non sono diventati rigidi sostenitori di un partito o dell’altro. Stando agli exit poll dell’epoca, nel 1980 il repubblicano Ronald Reagan ottenne il 37 per cento dei voti degli ispanici (li descrisse come repubblicani che “ancora non lo sanno”), mentre nel 2004 George W. Bush, un altro repubblicano, ottenne il 44 per cento. Nel 1992 e nel 1996 il Partito repubblicano ottenne risultati ancora migliori tra gli asiatico-statunitensi.
Nel 2012, quando dagli exit poll era emerso che Barack Obama, del Partito democratico, aveva conquistato il 73 per cento degli asiatico-statunitensi e il 71 per cento degli ispanici, analisti ed esperti cominciarono a considerare questi gruppi come democratici affidabili.“Grazie a questa base elettorale, Obama non ha più bisogno dei bianchi di destra”, titolava la rivista The Atlantic nel 2013.
La vittoria di Trump nel 2016 era sembrata confermare l’idea che i repubblicani dovessero rafforzare i consensi tra gli elettori bianchi, piuttosto che rivolgersi alle minoranze etniche.
Eppure, nonostante la retorica spesso razzista di Trump, i suoi consensi tra gli ispanici e gli asiatico-statunitensi erano leggermente aumentati nel 2020, una tendenza che aveva subìto un’accelerazione nel 2024, quando aveva conquistato il 40 per cento dei voti degli asiatico-statunitensi e il 46 per cento di quelli degli ispanici.
In quell’occasione, secondo il Cooperative election study (Ces) dell’università di Harvard, gli asiatico-statunitensi e gli ispanici erano il 14 per cento degli elettori, ma costituivano il 24 per cento di quelli che avevano cambiato partito rispetto al 2020. La loro rapida crescita demografica, il rifiuto di una rigida appartenenza partitica e le ragioni che li spingono a cambiare partito gli danno un peso particolare.
Nel 2012, quando Obama aveva ottenuto più del 70 per cento dei voti degli asiatico-statunitensi e degli ispanici, rispettivamente solo il 13 e il 27 per cento di loro si erano identificati come democratici “convinti”, secondo un sondaggio condotto da YouGov per l’Economist.
Gli elettori ispanici, come quelli asiatico-statunitensi, si distinguono per le loro posizioni eterodosse, concordando con i democratici su alcuni temi e con i repubblicani su altri. In base ai dati del Ces, circa il 34 per cento degli ispanici e il 30 per cento degli asiatico-statunitensi hanno un orientamento politico moderato o combinano posizioni di sinistra e di destra, rispetto al 20 per cento degli elettori bianchi.
Le opinioni degli intervistati ispanici e asiatico-statunitensi su una particolare questione sono meno indicative di come si esprimeranno su altre. Per esempio, gli asiatico-statunitensi sono insolitamente favorevoli sia a misure contro l’inquinamento sia a requisiti lavorativi stringenti per l’accesso alle prestazioni sociali. Gli ispanici sono invece più propensi di altri statunitensi a sostenere sia il divieto d’aborto sia la cancellazione del debito studentesco.
In parte, questi orientamenti sono la conseguenza di diverse tradizioni culturali e livelli di reddito. Confermano inoltre che i nuovi arrivati non rientrano nelle categorie preesistenti. I cittadini naturalizzati sono in stragrande maggioranza di origine latinoamericana o asiatica. Solo il 9 per cento degli asiatico-statunitensi e un terzo degli ispanici hanno entrambi i genitori nati negli Stati Uniti (rispetto al 90 per cento dei bianchi e al 77 per cento dei neri), e questo li rende meno inclini a ereditare una precisa identità partitica.
Per questi elettori le “guerre culturali”, che legano un’ampia percentuale di elettori bianchi a un determinato partito, rivestono minore importanza. Sono invece fondamentali le questioni economiche.
Nei sondaggi condotti da YouGov per l’Economist a settembre e ottobre la percentuale degli intervistati che ha indicato “i prezzi al consumo” o “l’occupazione e l’economia” come questioni più importanti era del 57 per cento sia tra gli asiatico-statunitensi sia tra gli ispanici, rispetto al 50 per cento degli afroamericani e al 45 per cento dei bianchi.
Questo riflette le priorità degli elettori ispanici e asiatico-statunitensi, che trascorrono più tempo al lavoro rispetto allo statunitense medio. Gli ispanici hanno una probabilità più che doppia rispetto ai bianchi di avviare un’azienda, mentre gli asiatico-statunitensi dedicano più tempo agli studi.
“Anche se non sei un immigrato di prima generazione, sei qui per lavorare sodo e farti strada, e le considerazioni economiche sono quindi prioritarie”, spiega Carlos Odio, un ricercatore specializzato in sondaggi tra gli ispanici. Come ha dichiarato l’anno scorso Ruben Gallego, un senatore democratico, “tutti gli ispanici vorrebbero avere un grande pick-up”, spesso chiamato affettuosamente troquita.
Tutto questo aveva reso gli elettori ispanici e asiatico-statunitensi i gruppi decisivi nelle presidenziali del 2024, quando i prezzi erano la questione dominante. Gli ispanici erano stati particolarmente esposti all’impennata dei prezzi della benzina nel 2022 a causa della spesa superiore alla media per auto, camion e carburante.
Successivamente, nel 2023 e nel 2024, l’effetto dell’inflazione si era spostato sui costi abitativi, colpendo in modo sproporzionato gli asiatico-statunitensi, che tendono a spendere di più per l’alloggio. Quest’anno toccherà a Trump subire la loro ira.
Malcontento cruciale
Secondo una serie di sondaggi condotti su un ampio campione di elettori per The Argument, una testata giornalistica digitale, dal 2024 i democratici hanno guadagnato 17 punti sui repubblicani tra gli ispanici e 14 tra gli asiatico-statunitensi, rispetto ai dieci tra i bianchi e ai cinque tra i neri. E anche se i sondaggi possono sbagliare, le elezioni che si sono tenute a livello statale dopo l’insediamento di Trump mostrano la stessa tendenza.
Nelle elezioni per il governatore che si sono tenute nel New Jersey e in Virginia nel 2025, e nelle primarie per la camera che si sono tenute in California a giugno, aperte a tutti i partiti, i maggiori guadagni dei democratici rispetto alle presidenziali del 2024 si sono registrati nei distretti con la più alta concentrazione di asiatico-statunitensi e ispanici.
Con ogni probabilità il loro malcontento avrà quindi un ruolo cruciale nelle elezioni di metà mandato. In Texas i repubblicani hanno approvato una ridefinizione dei collegi elettorali che potrebbe garantire al partito fino a cinque seggi in più alla camera, ma solo se ottenesse buoni risultati nel sud dello stato, a maggioranza ispanica. Tuttavia, il nostro modello di previsione vede i democratici vincitori in tre di questi distretti e i repubblicani in leggero vantaggio in due.
Complessivamente gli ispanici e gli asiatico-statunitensi formano una percentuale di elettori superiore alla media in 28 sfide elettorali chiave per la camera.
Gli ispanici e gli asiatico-statunitensi eserciteranno il loro peso politico anche nelle sfide elettorali più importanti a livello statale. Insieme costituiscono il 36 per cento dell’elettorato in Texas e il 24 per cento in Florida, i due stati più grandi a votare per Trump nel 2024. I democratici sono indietro di poco nelle sfide per la carica di governatore di entrambi gli stati, grazie soprattutto a un netto vantaggio tra gli ispanici, di 12 punti in Florida e di 27 in Texas.
Per il senato, una vittoria democratica in Florida è improbabile, ma in Texas James Talarico è in vantaggio di due punti, e di 33 tra gli ispanici, e potrebbe diventare il primo democratico a vincere una sfida per il senato nello stato dal 1988.
“Ho trascorso gran parte della mia carriera a spiegare a consulenti politici e candidati bianchi che gli ispanici non sono un blocco monolitico”, afferma Chuck Rocha, un consulente politico democratico. Ora è convinto del contrario: “Sono tutti monoliticamente incazzati”. I democratici stanno cavalcando la rabbia contro il presidente per aver fatto impennare i prezzi imponendo dazi doganali e scatenando una guerra.
Nella polverosa Central Valley californiana, una zona prevalentemente agricola, il democratico Randy Villegas è in corsa per spodestare David Valadao, un repubblicano moderato, in un distretto con elettori per due terzi ispanici. “Alzate la mano”, ha detto Villegas durante un comizio a Bakersfield, “se voi o qualcuno a voi vicino ha dovuto attraversare il confine in auto per andare a Tijuana per ottenere farmaci, cure dentistiche o assistenza sanitaria più economici”. Tutte le persone presenti in sala hanno alzato la mano.
Una questione gestita in modo disumano
Oltre all’economia, quest’anno anche l’immigrazione ha assunto una particolare rilevanza. Gli elettori di entrambi i gruppi, che ovviamente sono già cittadini statunitensi, sono generalmente favorevoli al rafforzamento dei controlli alle frontiere, ma accusano Trump di essersi spinto troppo oltre.
A settembre in Florida María Elvira Salazar, una repubblicana eletta nella zona di Miami che deve affrontare un agguerrito sfidante democratico, ha pubblicato una lettera aperta a Trump in cui diceva che “gli ispanici che hanno contribuito in modo decisivo alla sua vittoria elettorale del 2024 si sentono traditi”.
All’inizio del 2025 gli agenti dell’Immigration and customs enforcement (Ice) hanno preso di mira il cuore agricolo della California. Ora stanno nuovamente pattugliando la zona in vista delle elezioni di metà mandato. A Delano, una località agricola che nel 2024 si era schierata a favore di Trump con un vantaggio di 15 punti, le insegne dei negozi sono per lo più in spagnolo e molti abitanti si salutano con un buenos días.
Ora le strade sono semideserte e molti negozi rimangono chiusi. “Non mi piace quello che sta succedendo con l’immigrazione”, afferma Griselda Aguilar, una madre di 34 anni che due anni fa aveva votato per Trump ma che ha partecipato al comizio di Villegas. “La questione è stata gestita in modo disumano”.
Negli ultimi giorni della campagna elettorale la Casa Bianca, lungi dall’attenuare la propria retorica sugli immigrati, l’ha addirittura intensificata. Il vicepresidente J.D. Vance ha più volte lodato la campagna di espulsioni di Trump e chiesto forti restrizioni ai visti per i lavoratori qualificati. Il 26 ottobre, in un comizio nel Montana, ha espresso ammirazione per gli statunitensi che “hanno colonizzato questa terra” e “seppellito i propri cari” nel “bellissimo suolo” dello stato. Trump ha ripetutamente avvertito, senza fornire prove, che il voto illegale espresso da non cittadini minaccia l’integrità delle elezioni.
Frasi come queste difficilmente saranno apprezzate dagli elettori asiatico-statunitensi o ispanici, e non rispondono alla loro principale preoccupazione: l’economia. Se tutto questo dovesse contribuire a una vittoria dei democratici, il partito potrebbe pensare che stiano “tornando a casa”.
La lezione degli ultimi anni, tuttavia, è che nessuno dei due partiti dovrebbe dare questi elettori per scontati. Anche se un numero crescente di asiatico-statunitensi e ispanici si sta orientando a sinistra, quelli che si definiscono elettori democratici sono di meno rispetto al 2024.
“Il fatto che ci sembri strano che così tanti ispanici passino da un partito all’altro dimostra che abbiamo un problema”, afferma Mike Madrid, autore di The latino century. “Tra gli altri gruppi elettorali nessuno cambia orientamento nonostante la pandemia, la guerra e le difficoltà economiche. Se qualcuno fa male il suo lavoro, è giusto licenziarlo. Gli ispanici sono gli unici a farlo”.
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