Il Sudafrica probabilmente avrebbe preferito non ricevere tutte le attenzioni che il nuovo presidente statunitense Donald Trump gli ha dedicato negli ultimi tempi, per esempio quando ha firmato un ordine esecutivo che taglia gli aiuti al paese e ha offerto ai sudafricani bianchi – presunte vittime di leggi discriminatorie – asilo politico nel suo paese. Se non altro, questi attacchi diretti al paese africano, al suo progetto politico e al suo posizionamento nell’arena internazionale (agli occhi dell’amministrazione Trump, una grave colpa del governo di Pretoria è di aver denunciato Israele alla Corte di giustizia internazionale per le sue azioni genocidarie a Gaza) hanno scatenato una reazione compatta dei suoi abitanti e perfino dei suoi politici. Molti leader di partito hanno apprezzato il presidente Cyril Ramaphosa quando nel suo ultimo discorso sullo stato della nazione ha dichiarato senza mezzi termini: “Non ci faremo bullizzare”.

Sui social media molti sudafricani bianchi hanno fatto ironia sulle proposte di Trump e perfino Afriforum, l’organizzazione in difesa degli afrikaner che ha ammesso di aver contattato il presidente statunitense per parlargli della legge sugli espropri recentemente approvata da Pretoria (ne avevamo parlato al podcast Il Mondo), ha respinto l’offerta trumpiana, precisando che i suoi appartenenti ci tengono a restare nel loro paese. Giusto un migliaio di sudafricani bianchi di estrema destra ha partecipato il 15 febbraio a una manifestazione a Pretoria per ringraziare Trump. E, cosa ancora più straniante visto quello che succede in Medio Oriente, tra la folla c’erano dei cartelli che chiedevano il riconoscimento di una “nazione bianca, come era stato riconosciuto Israele”.

Molti commentatori si sono chiesti perché il Sudafrica disturba così tanto il nuovo inquilino della Casa Bianca. Per l’Economist la risposta è chiara: agli occhi di Trump, il Sudafrica è l’incarnazione delle politiche di diversità, equità e inclusione (dei) che tanto lo infastidiscono. Per l’editoriale del quotidiano Financial Mail il Sudafrica non sarà perfetto, ma il paese che il presidente statunitense e il suo consigliere Elon Musk descrivono “è una proiezione della loro tossicità”.

Secondo Janet Jobson, la capa della fondazione benefica dedicata a Desmond e a Leah Tutu che interviene sul Daily Maverick, il Sudafrica rappresenta una sfida alle teorie di Trump e dei suprematisti bianchi: “La nostra storia di riconciliazione, i nostri continui sforzi di accogliere la diversità e la nostra costituzione, che protegge i diritti di ogni cittadino, si fanno beffe delle teorie cospirative. La nostra diversità non è una minaccia per le persone bianche e la loro cultura”. Anche se il Sudafrica ha molta strada da fare e deve superare delle sfide socioeconomiche enormi, sostiene Jobson, i suoi cittadini hanno dimostrato che è possibile superare un crimine contro l’umanità, come l’apartheid, e trasformarsi.

Una moschea aperta a tutti e tutte

Una notizia tragica di questi giorni dà in qualche modo la misura di quanto sia avanzato e ambizioso l’esperimento sociale sudafricano e quanto sia tragicamente difficile portarlo avanti. A Città del Capo c’è infatti una moschea aperta alle persone lgbt, anche se l’omosessualità non è generalmente ben accettata dall’islam. È stata fondata nel 2011 da Muhsin Hendricks, un uomo di 58 anni che era considerato il primo imam al mondo ad aver svelato la sua omosessualità, e aveva già creato un gruppo di supporto, The inner circle, per musulmani gay.

Hendricks è stato ucciso il 15 febbraio da due aggressori che hanno bloccato l’auto su cui viaggiava a Gqeberha, nel sud del paese. Le autorità musulmane del Sudafrica, che in passato hanno preso le distanze dall’operato di Hendricks, si sono unite al coro di condanne per il suo omicidio, che secondo gli attivisti per i diritti lgbt è un crimine motivato dall’odio. La polizia invece non si è ancora espressa sul movente.

Protagonista del documentario The radical (2022), Hendricks “è stato un attivista che si è battuto senza paura per i diritti di una comunità marginalizzata, che continua a subire discriminazioni e stigma”, scrive Shenilla Mohamed, di Amnesty International Sudafrica. Questa discriminazione è frutto di un sentimento sociale diffuso, di un’omofobia che, come nel resto dell’Africa, è molto radicata, e non di una legislazione carente. Il Sudafrica democratico ha adottato leggi all’avanguardia in questo campo: la costituzione sudafricana è stata la prima al mondo a vietare la discriminazione sulla base dell’orientamento sessuale e nel 2006 il paese ha approvato i matrimoni gay.

Fino all’ultimo, scrive la Bbc, Hendricks ha cercato di spingere un po’ più in là i limiti dell’inclusione, visto che si trovava a Gqeberha per celebrare due matrimoni interreligiosi. Lui stesso, riporta The Conversation, aveva sposato un uomo di fede induista. Allo stesso tempo nella sua moschea non c’erano spazi segregati a seconda del genere.

“In una società divisa restano comunque delle sacche di pregiudizio”, nota Sibahle Zuma sul Mail & Guardian, che possono diventare pericolose quando tutt’intorno si vede un arretramento dei diritti. “Negli ultimi due anni abbiamo assistito a un’impennata dei movimenti globali che puntano a limitare i diritti delle persone, che siano la protezione per le persone lgbt, i diritti riproduttivi delle donne o lo smantellamento delle iniziative per promuovere diversità, equità e inclusione. Sotto la bandiera del nazionalismo e della difesa di presunti valori tradizionali, vari leader autoritari cancellano decenni di progressi, alimentando le divisioni, la paura e la violenza”.

“Il ritorno al potere di Trump ha semplicemente accelerato questo declino”, continua Zuma. “Le azioni della sua amministrazione non sono pericolose solo per il suo paese, perché incoraggiano i movimenti ostili ai diritti di tutto il mondo, con una reazione a catena di cui sentiremo gli effetti per anni. La morte di Hendricks non è una semplice tragedia, ma un avvertimento: quando i diritti vengono attaccati, quando la retorica diventa violenza, quando i leader alimentano la divisione invece dell’unità, si perdono vite. E l’odio non rimane confinato a un paese, si diffonde”.

Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.

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