Questa settimana la stampa internazionale ha trasmesso due immagini dell’Etiopia molto distanti tra loro. Da una parte, quella di un paese sul punto di sprofondare nuovamente in una guerra civile, dopo che una fazione dissidente dell’organizzazione paramilitare incaricata di mantenere la sicurezza nella regione settentrionale del Tigrai ha occupato alcune città, tra cui Adigrat, e una stazione radio nel capoluogo Mekelle (leggi l’articolo che è uscito su Internazionale questa settimana).

Il timore è che possa riaccendersi il conflitto che tra il 2020 e il 2022 ha causato forse 600mila morti (le stime sono molto variabili e incomplete) e un enorme numero di sfollati, mandando in frantumi il fragile accordo di pace raggiunto nel 2022 dal governo di Addis Abeba con i rappresentanti del Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf), lo storico partito che amministra la regione e che per lungo tempo ha dominato la scena politica nazionale. Oggi il partito è diviso in due, tra chi sostiene Getachew Reda, ex portavoce del Tplf e oggi amministratore della regione con la benedizione del primo ministro Abiy Ahmed, e chi appoggia Debretsion Gebremichael, capo dei paramilitari delle Forze di difesa del Tigrai (Tdf), di fatto l’esercito tigrino, più ostile ad Abiy. Secondo alcuni analisti, se scoppiassero nuovi combattimenti nel Tigrai, la vicina Eritrea potrebbe approfittarne per intervenire e chiudere alcuni conti rimasti in sospeso nel 2022, quando non era stata coinvolta nei colloqui di pace. Tra l’altro, alcune parti della regione sono ancora sotto il controllo dei soldati eritrei, che avevano partecipato alla guerra a fianco delle forze di Addis Abeba, e dei miliziani della vicina regione dell’Amhara.

Ma i mezzi d’informazione internazionali hanno anche dato molta rilevanza a un’altra notizia: l’accordo del 15 marzo tra la compagnia aerea Ethiopian airlines e la Banca di sviluppo africana su un finanziamento da 7,8 miliardi di dollari per la costruzione di un nuovo aeroporto a Bishoftu, a quaranta chilometri dalla capitale Addis Abeba. Il nuovo scalo dovrà diventare il più grande di tutto il continente, superando quello di Johannesburg, in Sudafrica. Al momento Bole, l’aeroporto internazionale della capitale etiope e già un importante snodo di traffico nell’Africa orientale, può gestire 17 milioni di viaggiatori all’anno. Nel nuovo progetto, di cui si prevede il completamento entro il 2029, la capacità sarà triplicata, a 60 milioni di viaggiatori annuali. L’iniziativa ha incontrato resistenze a livello locale, in particolare tra i contadini che vivono in quelle campagne, che non sono soddisfatti dei risarcimenti offerti o delle proposte di trasferirsi.

Il progetto dell’aeroporto s’inserisce in una più ampia opera di modernizzazione urbanistica, che sta investendo in particolare la capitale Addis Abeba. Ne avevamo parlato in un breve articolo su Internazionale, ripreso da The Continent, sullo sviluppo di un nuovo quartiere residenziale fuori città chiamato Chaka: “Il progetto Chaka è l’ultimo e più costoso di una serie di iniziative molto discusse lanciate da Abiy per modernizzare e rendere più bella la capitale etiope. Tra queste c’è stato il restauro del palazzo dell’imperatore Menelik II nell’ambito del nuovo complesso del Parco dell’unità, che comprende un museo e uno zoo; e la demolizione di gran parte dello storico quartiere di Piassa per fare spazio a strade più ampie e palazzi di appartamenti moderni”. Di recente il sito della Cnn ha pubblicato un articolo dedicato ai lavori di restauro della Africa hall, un edificio monumentale inaugurato nel 1961, progettato dall’architetto italiano Arturo Mezzedimi, che ha ospitato la commissione economica per l’Africa delle Nazioni Unite e l’Unione africana, fino al suo trasferimento in una nuova sede nel 2012.

Il cambiamento di Addis Abeba

Un articolo del Financial Times, invece, accende i riflettori sulla sindaca di Addis Abeba, Adanech Abebe, la prima donna a guidare la città più importante del paese. “Per alcuni è una salvatrice, che dà una nuova casa ai poveri e rende più bella la città. Per altri è la sindaca bulldozer, che distrugge le baracche per realizzare i progetti messianici del suo capo, Abiy Ahmed”, scrive Andres Schipani sul quotidiano finanziario. Dopo un grande rinnovamento portato avanti negli anni sessanta dall’imperatore Hailé Selassié, “è il turno di Abiy e Adanech” di cambiare il volto della città. Ma questo sta avvenendo a spese dei poveri (circa quattromila famiglie), che sono stati allontanati dal centro della città, in particolare dai quartieri Piassa e Kazanchis.

L’amministrazione cittadina sta spendendo l’equivalente di 560 milioni di dollari per demolire case e baracche, e ricostruirle, spesso con l’aiuto di privati. “Il ritmo forsennato dei lavori pubblici è dettato dalla determinazione di Abiy a rendere Addis Abeba una vetrina per gli investitori stranieri, in un momento in cui sta aprendo l’economia nazionale al resto del mondo”, scrive il Financial Times. “Dappertutto si vedono bulldozer, scavatrici e macchinari per asfaltare le strade, suscitando costernazione in coloro che amano una città variopinta poiché le autorità cittadine stanno costringendo i proprietari di edifici a ridipingerli di bianco e grigio”. Molti abitanti intervistati per l’articolo si lamentano del fatto che i poveri siano dimenticati o che alle famiglie non sia dato un preavviso o un risarcimento sufficiente per trovare un’altra sistemazione. “Quando svuoti una città buttando fuori i poveri dal centro, non si può parlare proprio di sviluppo”, commenta una donna delle pulizie intervistata dal giornale.

Un recente editoriale del giornale Addis Fortune critica il governo per la mancanza di dati accurati sul numero di abitanti della capitale (5,7 o 6 milioni?) e dell’intero paese (109 o 127 milioni?), e invita le autorità a organizzare un nuovo censimento della popolazione visto che l’ultimo risale a diciotto anni fa: “Contare ogni persona significa resilienza, significa restituire dignità e fare un passo ben ponderato verso la ripresa e una pace duratura”, scrive Addis Fortune. Significherebbe anche capire quante sono le persone che avranno davvero beneficiato o che, al contrario, saranno rimaste schiacciate dalle frenetiche politiche di modernizzazione del governo Abiy.

Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.

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