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Tony Bennett e le canzoni che non voleva cantare

Tony Bennett, 1970 circa. (Michael Ochs Archives, Getty Images)

Il cantante jazz e pop statunitense Tony Bennett ha 96 anni e da qualche anno si è ritirato. La sua carriera di crooner è cominciata alla fine degli anni quaranta, dopo che aveva combattuto nella seconda guerra mondiale in Francia e in Germania. Di origine italiana, calabrese per l’esattezza, prima di lanciarsi nel mondo della canzone Bennett aveva studiato canto operistico, uno studio che si è rivelato fondamentale per il mantenimento della sua voce. Provate a sentite gli album di duetti che ha inciso, ultranovantenne, con Lady Gaga, Cheek to cheek (2014) e Love for sale (2021); la sua voce e il suo stile sono ancora immacolati. Soprattutto lo stile che gli permette di affrontare i classici del songbook americano adattandoli alla sua voce che sicuramente non è più quella degli anni cinquanta.

Tra tutti i grandi entertainer statunitensi del dopoguerra Tony Bennett è quello con la tecnica migliore: da giovane capisce che con la voce deve fare quello che i grandi solisti del jazz fanno con i loro strumenti. Ed è stata la sua abilità tecnica, oltre alla sua sensibilità d’interprete, a permettergli di continuare ad avere un enorme successo tra gli anni cinquanta e sessanta, il periodo in cui l’arrivo del rock ’n’ roll aveva cambiato le regole dell’industria musicale statunitense. Nel 1965 Frank Sinatra, l’artista a cui molto spesso lo accostavano e a cui lui faceva di tutto per non somigliare, diceva: “Se dovessi scommetterci dei soldi direi che Tony Bennett è il miglior cantante di oggi. Mi elettrizza quando lo guardo. Mi commuove. È il cantante che riesce a far arrivare quello che il compositore aveva in mente. E forse anche qualcosa di più”.

Sinatra tocca un punto fondamentale dell’arte di Tony Bennett: dire quello che il compositore del pezzo aveva in mente. Scavare dentro una canzone per farne qualcosa di unico e di suo, forgiare un classico noto a tutti fino a farlo diventare un’opera d’arte nuova, allo stesso tempo familiare e innovativa. Il classico songbook americano era la sua vita e il suo elemento, era il suo alfabeto, l’unica lingua che conosceva.

Quando, sul finire degli anni sessanta, le vendite dei suoi dischi calano e Clive Davis, il manager della Columbia, la sua casa discografica, gli dice che deve abbandonare il grande songbook per cantare le hit pop del momento, a Bennett manca la terra sotto i piedi.


Sono gli anni della british invasion, dei Beatles e dei Rolling Stones, del rock psichedelico e dei grandi festival: Tony Bennett è un ferrovecchio, un malinconico crooner buono per le signore cotonate che vanno a spendersi la pensione a Reno o a Las Vegas. Clive Davis gli chiede quello che già altri artisti della sua generazione hanno fatto: usare la loro tecnica e la loro popolarità per fare il crossover con il pop da classifica. In fin dei conti, se canti Cole Porter o George e Ira Gershwin puoi cantare anche Simon and Garfunkel, i Beatles o Stevie Wonder.

Per alcuni aspetti Tony Bennett è molto in sintonia con i suoi tempi: è un convinto pacifista ed è vicino alla causa dei diritti civili degli afroamericani. Ma per quanto riguarda la musica le sue radici sono salde nella tradizione della canzone d’anteguerra. Nel 1969 Clive Davis lo mette all’angolo e lo costringe a entrare in studio con il produttore Wally Gold, che aveva rilanciato e rivitalizzato la carriera di Barbra Streisand facendole eseguire pezzi di Paul Simon, Paul McCartney e Buffy Sainte-Marie. Il ragionamento di Clive Davis è semplice: se lo hanno fatto Peggy Lee, Mel Tormé, Barbra Streisand e Lena Horne perché non può farlo anche Tony Bennett?

Il risultato è che lui ha fisicamente la nausea ogni volta che entra in studio: per lui le hit radiofoniche del momento sono una costrizione, un’umiliazione, una sconfitta. Eppure abbassa la testa e incide Tony sings the great hits of today! (con tanto di punto esclamativo), che esce nel gennaio del 1970 lasciandosi dietro una scia d’insuccesso e di amarezza. È un album che non piace a nessuno e che lo stesso Bennett ripudia: “Per me cantare quella roba è stato come se a mia madre che faceva la sarta avessero chiesto di cucire uno straccio qualunque”, ha detto qualche anno dopo.

Una caricatura
Anche la copertina dell’album sembra una caricatura: lo stile psichedelico e vagamente Yellow submarine dell’illustrazione trasforma il fascinoso crooner italoamericano in una specie di Austin Powers, con cravatta-foulard a disegni cashmere, pantaloni a zampa e scarpe che un uomo elegante come lui avrebbe preferito morire piuttosto che indossare. Anche il viso è irriconoscibile e allora viene aggiunto un bollo con un suo ritratto, ma con due basettoni alla Tom Jones. Tony Bennett non può non considerare tutta l’operazione una pagliacciata, ma si tiene tutto dentro e subisce in silenzio sia le sedute di registrazione sia la promozione. È come un pugile che sale sul ring sapendo che prenderà solo pugni e che deve solo cercare di restare in piedi il più a lungo possibile.

Tony sings the great hits of today! è universalmente considerato uno dei dischi meno riusciti della storia della musica pop, odiato dal pubblico e dall’artista. Non è mai stato neanche propriamente ristampato: è stato infilato alla chetichella in un cofanetto celebrativo (da 73 cd!) uscito nel 2001. Sulle piattaforme di streaming invece compare in tutta la sua gloria e con la sua bella copertina psichedelica.

Eppure per chiunque ami le voci Tony sings the great hits of today! è oggi un grande disco dimenticato. Il fatto che Bennett odi quel repertorio rende le sue interpretazioni sofferte e crepuscolari ma mai sciatte: un grande cantante rimane un grande cantante anche in stato di sonnambulismo. Bennett non può fare a meno del suo senso del ritmo, della sua raffinatezza interpretativa e usa la sua tecnica sopraffina quasi per distrarsi, per uscire da se stesso e trasformare quelle che lui considerava delle brutte canzoni in delle pure astrazioni del pensiero. Bennett che canta i Beatles, Stevie Wonder e Burt Bacharach è un fachiro che danza sui carboni ardenti con la mente proiettata in una sublime astrazione che nessuno di noi comuni ascoltatori può vedere.

Quello che è considerato uno dei pezzi più ridicoli e meno riusciti dell’album, Little green apples, una hit rnb del 1968 scritta da Bobby Russell e portata al successo da diversi artisti, viene trasformata da Bennett in un puro problema tecnico, una meditazione trascendentale sullo swing. Se non veniamo distratti dall’arrangiamento démodé e vagamente kitsch, sentiamo un artista che modella come creta parole che per lui hanno poco senso. La testa di Bennett è davvero altrove quando canta un verso come “There’s no such thing as Dr. Seuss. No Disneyland”.

I critici dell’epoca videro nella sua versione stentorea di Eleanor Rigby dei Beatles uno dei punti più bassi dell’album. In effetti è difficile capire oggi cosa avessero in mente in quello studio. Dopo un melismatico inizio sul verso “Ah, look at all the lonely people”, Bennett smette di cantare e recita i versi come se fossero un monologo shakespeariano. Il tutto su un arrangiamento rumoroso e ingombrante. È sicuramente una reinvenzione, ma non delle più felici. Ancora una volta però quando Tony canta, canta davvero. E con quell’unico “Ah, look at all the lonely people”, incastonato in un contesto così disastroso, riesce ad avvicinarsi al cuore della canzone di Lennon e McCartney.

My cherie amour di Stevie Wonder è trattata con rispetto e se non con amore, almeno con delicatezza. Ma in generale i pezzi che Bennett sembra odiare di meno sono quelli di Bacharach e di Leiber e Stoller: ovvero The look of love e Is that all there is? La prima è affrontata in modo da esaltarne un aspetto sexy che forse alla sua interprete originale, Dionne Warwick, era un po’ sfuggito. Bennett la canta in maniera briosa e spigliata ma con la voce di un uomo che si è appena svegliato accanto alla ragazza dei suoi sogni che lo guarda appunto “con lo sguardo dell’amore”. Is that all there is? era stato un cavallo di battaglia pop della sua coetanea Peggy Lee, anche lei esponente di una generazione di grandi intrattenitori minacciata dalla popolarità del rock ’n’ roll. Il Tony Bennett ammaccato e deluso del 1969 non può che fare suo un testo che parla con amarezza e ironia delle delusioni della vita. La sua versione è quasi un controcanto maschile a quella di Peggy Lee, tanto è fedele al fraseggio e al ritmo dell’originale.

La versione abbreviata della sofisticata suite-canzone McArthur Park che apre l’album è un po’ un’occasione persa, se paragonata al lavoro splendido che più o meno nello stesso periodo ci aveva fatto sopra Carmen McRae. Anche McRae, raffinata interprete jazz, era stata convinta dei suoi discografici a cantare le hit del momento, ma piuttosto che subire le scelte altrui aveva imposto le proprie. Avevamo già parlato qui di uno dei suoi album pop più riusciti.

Tony sings the great hits of today! è un esercizio di resistenza e Tony Bennett sembra un eroe sotto tortura che non cede ai suoi aguzzini. Nei momenti migliori di questo sfortunato album Bennett, anche legato dai suoi carcerieri, riesce a sferrargli un calcio nelle palle. Amo questo disco perché è un distillato dello stile e del gusto di un uomo che non si sentiva parte del suo tempo, ma non accettava di esserne superato. Riascoltare Tony sings the great hits of today! oggi, dopo decenni di crossover davvero orribili (dai vari Pavarotti and friends alle versioni lounge dei pezzi dei Clash e dei Sex Pistols), fa capire come i grandi artisti alla fine possano tutto.

L’insuccesso clamoroso di Tony sings the great hits of today! ha permesso a Bennett di staccarsi dalla Columbia e di tornare con rinnovata freschezza alla sua musica. Tony aveva ancora dentro di sé i suoi due album migliori di sempre in collaborazione con il grande pianista jazz Bill Evans: The Tony Bennett/Bill Evans album (1975) e Together again (1976).

E poi un’ultima soddisfazione: il pop contemporaneo, che aveva tentato di inseguire senza successo, è tornato a bussare alla sua porta decenni dopo perché aveva bisogno di lui. Lady Gaga per trasformarsi in una credibile interprete jazz in un momento difficile della sua carriera poteva chiamare solo Tony.

Tony Bennett
Tony sings the great hits of today!
Columbia, 1970

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