Il 17 dicembre 2024 l’alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) ha stimato che un milione di rifugiati siriani potrebbe tornare in Siria nel primo semestre del 2025, in seguito alla caduta del regime di Bashar al Assad. Middle East Monitor ricorda che dal 2011 milioni di siriani hanno lasciato il loro paese a causa delle persecuzioni e della guerra civile. La maggior parte ha trovato rifugio nei paesi vicini, in particolare in Turchia, che ha accolto quasi tre milioni di profughi. Dopo la caduta di Assad l’Unhcr sta sorvegliando le frontiere della Siria per farsi un’idea sui flussi in entrata e in uscita, dato che le nuove autorità non sono ancora in grado di farlo. Molti siriani stanno tornando, ma altri stanno lasciando il paese, soprattutto gli appartenenti a minoranze e i funzionari dell’ex regime.

Le autorità legate al gruppo islamista Hayat tahrir al Sham (Hts), che ha guidato l’offensiva contro Assad, hanno promesso di punire i funzionari del regime coinvolti nelle torture e in altri crimini di guerra, ma continuano a rassicurare le potenze straniere. Il 17 dicembre hanno incontrato a Damasco le missioni diplomatiche di Francia, Germania, Regno Unito e Nazioni Unite. Il leader di Hts Ahmed al Sharaa, noto con il nome di battaglia Abu Mohammed al Jolani, si è impegnato a sciogliere le fazioni armate che hanno contribuito alla caduta di Assad e a integrarle nell’esercito.

Tre giorni prima i funzionari di Stati Uniti, Turchia, Unione europea e paesi arabi avevano discusso della situazione siriana ad Aqaba, in Giordania. In una conferenza stampa al termine dei colloqui, il segretario di stato statunitense Antony Blinken ha detto che Washington ha “contatti diretti” con Hts. Il 18 dicembre l’Onu ha chiesto “elezioni libere ed eque” in Siria dopo la fase di transizione e ha auspicato una “soluzione politica” con le forze curde che controllano alcune aree nel nord e nel nordest della Siria. Secondo l’ong Osservatorio siriano per i diritti umani, Mazlum Abdi, il capo delle Forze democratiche siriane (Fds, una coalizione dominata dai combattenti curdi), ha proposto la creazione di una zona demilitarizzata a Kobane, minacciata dai ribelli filoturchi.

Gli abitanti che vivono sul lato siriano delle alture del Golan hanno chiesto al governo di Damasco e ad altri pesi arabi di fare in modo che Israele si ritiri dall’area, aggiunge Haaretz. Il 15 dicembre il governo israeliano ha approvato un piano da 40 milioni di shekel (10,6 milioni di euro) per raddoppiare la popolazione nella parte del Golan siriano occupata nel 1967 e annessa nel 1981.

Intanto ad Al Qutayfah, 40 chilometri a nord di Damasco, è stata trovata una fossa comune che potrebbe contenere i resti di migliaia di persone. Secondo il quotidiano indipendente siriano Hibr si tratta dei corpi di centomila detenuti morti sotto tortura o in seguito a esecuzioni nelle carceri del regime siriano tra il 2012 e il 2018. Altre dodici fosse comuni sono state scoperte nel sud della Siria. Ugur Umit Ungor, che insegna studi sul genocidio all’università di Amsterdam, nei Paesi Bassi, ha detto ad Al Jazeera che questi ritrovamenti sono “un riflesso della macchina della morte del regime di Assad”. Secondo Ungor, la verità sulle fosse comuni si potrà trovare solo negli archivi del regime, per questo “è assolutamente fondamentale che siano gestiti in modo professionale e che non siano saccheggiati”. Più di una settimana dopo la caduta del suo regime, l’ex presidente siriano Bashar al Assad ha rotto il silenzio, affermando di essere fuggito dalla Siria su richiesta di Mosca solo dopo la presa di Damasco e definendo “terroristi” i ribelli che hanno preso il potere. Il messaggio è stato pubblicato sul canale Telegram della presidenza siriana il 16 dicembre. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1594 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati