Negli ultimi anni in tante parti del mondo si è assistito al divampare di forti proteste capaci di coinvolgere un numero inedito di manifestanti e di suscitare grandi attese di cambiamento. Questi movimenti tuttavia non hanno portato modifiche sostanziali e spesso, nonostante il clamore, sono stati seguiti dalla vittoria delle persone e dalla conferma delle idee contro cui protestavano. In questo libro Vincent Bevins, giornalista statunitense, già corrispondente da São Paulo e da Jakarta, si domanda perché le primavere arabe, Occupy Wall street, le grandi mobilitazioni ecologiste, i movimenti del Black lives matter o le dimostrazioni contro l’occupazione israeliana non hanno raggiunto i loro obiettivi. Per rispondere comincia tracciando la genealogia dei movimenti più recenti andando indietro fino alla metà del novecento. Quindi, sulla base di molte interviste e della propria esperienza, mostra il carattere globale delle proteste. Infine prova a sintetizzare, senza concentrarsi solo sull’innegabile ruolo della repressione. Nella maggior parte dei casi, spiega, proprio le caratteristiche che erano apparse più promettenti (la spontaneità, l’uso della comunicazione, la mancanza di un’organizzazione strutturata) hanno contribuito al fallimento, perché i movimenti hanno lavorato più per togliere di mezzo i loro nemici che per sostituirli con nuove figure e nuovi programmi. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1601 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati