Negli ultimi giorni i ribelli congolesi del movimento M23 hanno rafforzato il loro controllo su Goma, un’importante città nell’est della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), dov’erano entrati il 27 gennaio, scontrandosi con l’esercito congolese e i suoi alleati. La milizia, che ha ripreso le armi nel novembre 2021, nelle ultime settimane ha portato avanti un’offensiva molto rapida in questa regione, riuscendo a imporre il suo controllo su un territorio molto ampio della provincia del Nord Kivu. Secondo alcune testimonianze i ribelli sono ben armati e affiancati da soldati del Ruanda, il minuscolo vicino della Rdc, grande la metà del Nord Kivu. Un rapporto delle Nazioni Unite stima che in territorio congolese potrebbero esserci tra i tremila e i quattromila soldati ruandesi per affiancare l’M23.

È difficile stabilire un bilancio preciso delle vittime dei combattimenti: in base alle fonti dell’agenzia Afp, negli ospedali della zona la sera del 28 gennaio i morti registrati erano più di cento e quasi mille i feriti. Senza contare le decine di migliaia di persone che hanno dovuto abbandonare le loro case in una città come Goma, che già prima dell’arrivo dei ribelli ospitava 600mila sfollati.

La presa di Goma segna un punto di svolta nella storia della ribellione dell’M23, formato in gran parte da combattenti appartenenti all’etnia tutsi (lo stesso gruppo etnico del presidente ruandese Paul Kagame). Il Movimento 23 marzo è uno dei più di cento gruppi armati attivi nell’est della Rdc, un territorio che dai tempi del genocidio ruandese del 1994 (in cui gli estremisti hutu ruandesi uccisero 800mila loro connazionali tutsi e hutu moderati) non ha praticamente mai conosciuto la pace, proprio a causa della presenza di una miriade di milizie interessate a sfruttare e contrabbandare le ricchezze minerarie della zona.

Il gruppo M23, che oggi conta circa ottomila combattenti, si formò intorno al 2012, anno in cui riuscì a occupare brevemente Goma una prima volta, prima di scendere a patti con il governo e ritirarsi. Per una decina d’anni è rimasto inattivo, ma quattro anni fa ha ripreso le armi contro il governo del presidente congolese Félix Tshisekedi. Nei territori che man mano è riuscito a conquistare ha cominciato a riscuotere le tasse sull’estrazione dei minerali, in particolare il coltan, e ha messo in piedi un’amministrazione parallela a quella dello stato congolese, in questa regione molto assente. Secondo gli esperti dell’Onu, l’M23 incassa circa 800mila dollari al mese dalla produzione dei minerali.

Il Ruanda è da tempo considerato il sostenitore materiale e finanziario dei ribelli, ma continua a negarlo, anche se i fatti degli ultimi giorni lo contraddicono. Jean-Pierre Lacroix, il capo delle operazioni di pace dell’Onu, ha dichiarato che la presenza di truppe ruandesi a Goma è innegabile, anche se è difficile stabilire il loro numero esatto. I ribelli dell’M23 hanno inoltre a disposizione armi sofisticate, che altre milizie ribelli non possiedono. I soldati congolesi che all’arrivo dei ribelli a Goma si sono arresi sono stati portati in Ruanda, così come i circa 300 mercenari romeni che affiancavano le forze congolesi e che il 29 gennaio sono stati condotti a Kigali per essere rimpatriati.

Richiesto l’embargo

Perché Paul Kagame sostiene i ribelli? Innanzitutto, una prima motivazione potrebbe essere difensiva: li appoggia per contrastare un’altra milizia, le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr). “Questo gruppo di ribelli è tuttora attivo nell’est della Rdc, notoriamente instabile, e comprende ancora alcuni dei responsabili del genocidio. Kagame, che nel 1994 comandava i ribelli tutsi che misero fine ai massacri, considera l’Fdlr una minaccia esistenziale”, scrive la Bbc. Un altro motivo è che l’M23 controlla il contrabbando di minerali preziosi alla frontiera e il Ruanda ne approfitta per venderli come propri. Non è un caso se il 28 gennaio la ministra degli esteri congolese, Thérèse Kayikwamba Wagner, ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell’Onu d’imporre delle sanzioni, tra cui “un embargo totale sulle esportazioni di minerali etichettati come ruandesi, in particolare il coltan e l’oro”.

Ma cosa vuole davvero Kagame? E dove si spingeranno i ribelli dell’M23? Per il momento, anche se la diplomazia internazionale si è messa all’opera, i ribelli non sembrano disposti a fermarsi. Secondo la Reuters, il 29 gennaio i ribelli hanno ripreso ad avanzare verso sud dalla località di Minova, che avevano conquistato la settimana scorsa. Lo stesso giorno Vincent Karega, ambasciatore del Ruanda per la regione dei Grandi laghi, ha affermato che l’M23 non si fermerà a Goma, ma continuerà ad avanzare.

Secondo l’Economist è “preoccupante che il patrocinatore dell’M23, il Ruanda, sembri pronto a usare la forza per ridisegnare la mappa della regione e, così facendo, rischiare di scatenare un’altra catastrofica guerra africana”. Quello di Kagame “è visto in occidente come un paese stabile in una regione instabile. Gli Stati Uniti gli mandano aiuti. Il Regno Unito voleva spedirci i richiedenti asilo.

L’Unione europea ha stretto con Kagame accordi per la fornitura di minerali e infrastrutture e ha dato al suo esercito 40 milioni di euro per contrastare un’insurrezione nel nord del Mozambico. Tuttavia, anche se il Ruanda è un’autocrazia stabile, fomentando la violenza negli stati vicini ha dimostrato ancora una volta di essere un esportatore di caos”. Per questo, ha scritto sul Financial Times l’esperto di Rdc Jason Stearns, ci sarebbe un modo molto semplice per fermare la guerra: fare pressioni sul Ruanda.

Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.

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