A Bob Dylan piacciono i fantasmi. Da quel “fantasma dell’elettricità” che compariva nel folk visionario di Visions of Johanna al “Fantasma dell’opera vestito da prete” che faceva capolino nel capolavoro Desolation row, nei suoi bran gli spettri sono stati spesso presenti. Una passione che ha in comune con William Shakespeare – il suo principale riferimento artistico, citato anche nel discorso di ringraziamento per il premio Nobel –, che in Riccardo III, in Amleto e in altre opere faceva dialogare spesso i personaggi con apparizioni dall’aldilà.
Al cantautore statunitense i fantasmi piacciono così tanto che, forse, anche lui si sta trasformando in uno di loro. È questa l’impressione che resta dopo il suo concerto al Palazzo dello sport di Roma. Quando si spengono le luci, alle 21 in punto, lui entra sul palco per ultimo, quasi di soppiatto. Si mette al centro della scena, ma un passo indietro rispetto agli altri musicisti, dietro un pianoforte elettrico. Indossa una giacca bianca con il cappuccio tirato sulla testa. Del resto non si è tolto il cappuccio nemmeno per incontrare il papa. Non dice una parola, come fa quasi sempre, e attacca con il rock-blues di Watching the river flow, un pezzo in cui canta di non aver “niente da dire” e in cui, mentre vede le persone attorno a lui litigare, preferisce guardare il fiume che scorre. Una dichiarazione di estraneità che ripete ossessivamente dagli anni sessanta.
La prima cosa che colpisce è che, però, questo spettro canta piuttosto bene. La sua voce è molto più chiara rispetto alle ultime volte in cui l’ho visto dal vivo in Italia. Inoltre, il rinnovamento della band, soprattutto con l’ingresso del chitarrista Julian Lage, ha ridato linfa al suono sul palco. Dylan e i suoi musicisti riescono fin da subito in un’impresa non da poco: far suonare bene il Palazzo dello sport, un luogo famoso per la sua acustica difficile, anche se negli ultimi anni è migliorato sensibilmente grazie ad alcuni lavori sul soffitto.
Niente telefoni
Foto e video non se ne possono fare, dato che all’ingresso bisogna chiudere i telefoni in una custodia che è riaperta solo all’uscita. Ed è un bene. Così non ci sono distrazioni e ci si può concentrare sull’ascolto e apprezzare la scenografia super minimalista: un grande tendone alle spalle dei musicisti, quattro flebili lampadine calate dal soffitto, nessun megaschermo. Sembra di essere tornati indietro di trent’anni.
Nella scaletta del concerto c’è spazio soprattutto per i brani dell’ultimo (bellissimo) album Rough and rowdy ways, anche se mancano i due migliori di quel lavoro (Key West e Murder most foul). C’è posto per qualche classico, ovviamente riarrangiato. Già all’inizio capita di ascoltare Love sick (da Time out of mind, del 1997) e It ain’t me babe, bellissima nonostante la reinterpretazione. Dopo Black rider, ballata dolente su un cavaliere nero in sella a un cavallo bianco, Dylan suona una versione crepuscolare e toccante di Tangled up in blue, forse il momento migliore della serata. Il pezzo perde tutto il furore della gioventù per consegnarsi definitivamente alla nostalgia, quella di un signore di 85 anni che ripensa agli amori giovanili.
La parte centrale del concerto si fa più ostica, soprattutto per chi non è fan. Accanto a me un signore guarda l’orologio ogni cinque minuti, e un paio di file dietro due ragazze sonnecchiano. L’idea di stravolgere i pezzi, ovviamente, non è sempre felice: Not dark yet, una delle più belle canzoni sulla morte che siano mai state scritte, è suonata in modo sorprendentemente aggressivo e diventa uno stomp blues difficile da inquadrare. Anche When i paint my masterpiece, il cui primo verso recita “Le strade di Roma sono piene di macerie”, poteva sicuramente essere arrangiata in un altro modo.
L’atmosfera si risolleva con una sorprendente Under the red sky (pezzo ripescato dal repertorio dei primi anni novanta), in cui Dylan sfodera l’armonica, facendo alzare in piedi una buona fetta del pubblico. In generale agli spettatori il concerto sembra piacere, e gli applausi sono generosi, anche grazie agli ottimi assoli di Julian Lage.
Per il finale, al quale arriva visibilmente un po’ stanco, Dylan si riserva Every grain of sand, uno dei pezzi più apprezzati del suo “periodo cristiano” degli anni ottanta, quando introdusse nella sua musica elementi di gospel e temi religiosi, facendo Kanye West prima di Kanye West. Altro assolo di armonica, e altra ovazione. Per salutarlo, mentre si accendono le luci, il pubblico si alza. Lui va al centro del palco e resta in piedi, in silenzio, per qualche secondo. Poi, incurante delle richieste di bis, si avvia dietro le quinte appoggiandosi ai pali della scenografia, barcollando. Ha suonato circa un’ora e mezzo, ed è svanito.
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Si è scritto molto in questi giorni dei concerti di Bob Dylan, soprattutto dopo la sua esibizione a Milano. Molti li hanno trovati deludenti, alcuni giornalisti addirittura lo hanno definito “un antipatico rompicoglioni”. Il dibattito è ciclico, e sempre uguale a sé stesso. Dylan, praticamente dall’inizio della sua carriera, concepisce i concerti come una materia viva e in costante mutamento. In questo è sempre più un musicista jazz, e la formazione attuale lo testimonia. È come se improvvisasse sul suo stesso repertorio, una cosa che probabilmente solo uno con il suo canzoniere può fare senza risultare ridicolo. E poi, si sa, non è mai stato un musicista a cui piaccia solleticare i gusti del pubblico, anzi. Preferisce sfidarlo. E i suoi concerti sono l’occasione per sperimentare qualcosa di nuovo, più che per rivivere emozioni già provate. Da questo punto di vista, il suo essere così antistorico e controcorrente è ancora oggi un atto artistico unico nel suo genere.
Se ai tempi della Rolling Thunder Revue, a metà degli anni settanta, aveva scelto la chiave del caos organizzato per stravolgere il suo repertorio, se negli anni ottanta aveva introdotto il gospel, nell’ultimo ventennio ha deciso di andare alle radici della musica statunitense. E così le sue canzoni si sono avvicinate alla terra e alla polvere, battendo strade già percorse dal blues e dal folk delle origini.
In questi ultimi concerti suona spettri di canzoni, più che canzoni vere e proprie. E sembra portare sulle spalle il fantasma del novecento, com’era evidente già in Murder most foul (il cui titolo, guarda caso, cita Amleto), il brano di quasi diciassette minuti sull’omicidio di Kennedy pubblicato in piena pandemia e ricco di riferimenti nostalgici. Quando Dylan torna dietro al palco, avanzando malfermo sulle gambe, è come se insieme a lui se ne andasse lo stesso novecento. Ho pensato che forse era l’ultima delle tante volte che lo vedevo dal vivo. Ma, chissà, con lui non è mai detto.
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