La parola più usata dai giornali è stata heartbreak (crepacuore). L’11 luglio la nazionale maschile inglese ha di nuovo fallito l’obiettivo di vincere un torneo. Ha perso ai rigori, ancora una volta, mettendo alla prova i nervi dei suoi tifosi e annientando le loro speranze. I tre giocatori che hanno sbagliato sono stati vittime di disgustose intimidazioni online.
Simili reazioni sono eccessive. Dopotutto gli inglesi vanno fieri della loro proverbiale ritrosia verso gli eccessi. Eppure sono soggetti a occasionali attacchi di delirio collettivo: in quei momenti la nazione divisa si ricompatta e improvvisamente sembra esistere un unico argomento di conversazione. In tempi recenti episodi di questo tipo hanno coinvolto due istituzioni che, in termini assoluti, appaiono irrilevanti: la famiglia reale e il calcio.
In Inghilterra le bandiere di San Giorgio hanno cominciato a sventolare ben prima della finale dell’europeo. Per mesi i giornali hanno pubblicato pagine su pagine di analisi, speculazioni e pettegolezzi calcistici. Il giorno della finale palestre e piscine hanno chiuso in anticipo per permettere a dipendenti e clienti di non perdersi la partita. I pub erano pieni. Alcuni datori di lavoro hanno consentito ai dipendenti non solo di staccare prima la domenica sera, ma anche di cominciare più tardi il lunedì mattina. Diverse scuole elementari hanno reso facoltative le lezioni del lunedì, per permettere ai bambini di fare il loro dovere patriottico. A quanto pare il governo era pronto a dichiarare un giorno di festa nazionale in caso di vittoria dell’Inghilterra e ha cambiato idea solo per scaramanzia.
Quest’ossessione ha molte radici. La prima è che il campionato europeo ha coinciso nel Regno Unito con i preparativi per la fine delle misure di isolamento sociale, prevista per il 19 luglio. Nella settimana prima della finale il Regno Unito ha registrato circa trentamila nuove infezioni da covid-19 al giorno, la cifra più alta da gennaio. In queste circostanze permettere al pubblico di affollare gli stadi – a Wembley l’11 luglio c’erano più di sessantamila spettatori – è stata forse una decisione avventata. Ma ha contribuito ad alimentare l’idea che un periodo lungo e buio stesse per finire e che, per salutare degnamente la nuova alba, finalmente la nazionale di calcio avrebbe reso il paese orgoglioso.
In effetti i motivi per andar fieri di questa nazionale non mancano. In passato molti calciatori inglesi fuori dal campo sono apparsi viziati, arroganti e propensi a comportarsi da bulli e ubriaconi. È vero che l’anno scorso un giocatore della squadra, Harry Maguire, è stato condannato per aggressione e corruzione di un poliziotto sull’isola greca di Mykonos. Ma lui nega ogni accusa e ha fatto appello contro la sentenza. Gli atteggiamenti alla “lei non sa chi sono io” non sono più la norma. Al contrario, oggi la squadra è nota per l’impegno sociale dei suoi calciatori: Marcus Rashford, per esempio, ha condotto una battaglia per convincere il governo a dare pasti gratis a scuola ai bambini poveri, e Raheem Sterling è stato premiato dalla regina per la sua lotta al razzismo.
La speranza insostenibile
Questa squadra è giovane – la seconda più giovane tra le 24 del torneo – e somiglia all’Inghilterra di oggi. La nazionale che nel 1966 vinse la coppa del mondo, unico trionfo inglese in un grande torneo, era composta da giocatori esclusivamente bianchi. Quella di oggi è etnicamente mista: su 26 calciatori che la compongono, tredici avrebbero potuto scegliere di giocare per un altro paese. Nonostante l’isteria crescente che li circondava, i giocatori hanno trasmesso un’immagine di serenità, calma e unità. L’allenatore Gareth Southgate, spesso paragonato a un maestro di scuola, è stato pacato e cortese, tanto da diventare una specie di modello nazionale del ragazzo perbene.
Naturalmente niente di tutto questo avrebbe avuto importanza se la squadra non avesse anche vinto delle partite. Per i tifosi dell’Inghilterra abbastanza anziani da ricordare la vittoria del 1966, negli ultimi cinquant’anni la cosa più difficile da sopportare – come dice la famosa battuta di John Cleese dei Monty Python – non è stata la disperazione, ma la speranza. In diverse occasioni hanno creduto di avere una squadra capace di battere chiunque, salvo poi scoprire che il suo vero genio stava nel trovare modi sempre nuovi per perdere. A volte i fallimenti sono stati imputati a perfidi stranieri come Diego Maradona, con il suo gol di mano ai Mondiali del 1986. Più spesso erano frutto di propria incapacità: un errore del portiere, i rigori sbagliati o semplicemente delle pessime prestazioni, come nella sconfitta del 2016 contro l’Islanda, un paese di 330mila abitanti con una nazionale che schierava diversi giocatori non professionisti.
Il fatto che l’Inghilterra abbia finalmente trovato una squadra di calcio dignitosa, composta da persone rispettabili e guidata da un allenatore perbene è motivo di comprensibile gioia. Ma c’è anche molto di cui preoccuparsi. L’allegro patriottismo inglese, infatti, degenera facilmente in una brutta e atavica xenofobia, che si manifesta con semplici atti di maleducazione (i fischi all’inno nazionale italiano prima della finale), ma anche con violenza insensata e razzismo. Il calcio può diventare un campo di battaglia nelle guerre culturali. È esattamente quello che è successo quando i politici conservatori hanno criticato i calciatori inglesi per essersi inginocchiati prima delle partite.
Il referendum sulla Brexit del 2016, appena quattro giorni prima della sconfitta con l’Islanda, ha rivelato divisioni nel paese che ancora persistono. E ha esacerbato tensioni diverse, come quelle tra l’Inghilterra e le altre nazioni costitutive del Regno Unito. Nel 1966 la vittoria ai mondiali fu festeggiata sventolando la Union Jack, la bandiera del Regno Unito. Oggi in Scozia e Galles molti troverebbero bizzarra l’idea che la squadra inglese possa rappresentarli. E anche per gli inglesi il calcio è ovviamente veicolo di nazionalismo. D’altra parte lo sport, come fece notare George Orwell nel 1945, alimenta inevitabilmente il risentimento. Per un breve momento questo torneo è sembrato diverso. Sepolti tra i resoconti strappalacrime delle partite, gli editoriali dei giornali cercavano di sostenere l’idea che il calcio avesse unito il paese – anche se nuove crepe sono già evidenti – e di alimentare le speranze in vista dei mondiali del 2022, quando la giovane squadra inglese incarnerà di nuovo i sogni di gloria del paese. ◆ ff
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Questo articolo è uscito sul numero 1418 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati