Quando Paul Harwood, uno dei fondatori della Central intelligence agency (Cia), l’agenzia di spionaggio degli Stati Uniti, si trasferì a Parigi dal Vietnam, era impegnato in una missione più personale. Era il 1961, il muro di Berlino stava per essere alzato e l’Europa era nel pieno della guerra fredda, tenendo lui e i suoi colleghi in forte tensione. Ma oltre al lavoro sotto copertura presso l’ambasciata statunitense, Har­wood voleva allargare la sua famiglia e con la moglie, Mary Ellen, stava cercando di adottare una bambina.

Finirono per rivolgersi a un programma gestito da un’assistente sociale svizzera, Alice Honegger, la cui attività aveva sede a Rapperswil, nel San Gallo, un cantone nel nordest della Svizzera. Harwood accolse una collega di Honegger mandata a ispezionare il loro appartamento, all’ultimo piano di una vecchia casa nel centro di Parigi. Una scala conduceva a una stanza pronta per accogliere un bambino, raggiungibile attraverso un ballatoio e completa di bagno.

Ho cominciato a intervistare Lisa durante i nostri incontri informali, ho raccolto altre informazioni poi mi sono messa a investigare sul suo caso

“I signori Harwood sono persone estremamente simpatiche, gentili, molto tranquille, e non li vedo affatto come i tipici americani”, si legge nella relazione che la signora scrisse per Honegger alla fine dell’incontro. “Sono entrambi di altezza media, con occhi e capelli marroni”.

Il 2 agosto 1962 la coppia ricevette una lettera dall’agenzia di Honegger con la notizia che avevano atteso per anni: era disponibile una bambina “molto carina” di nazionalità italiana, perfettamente compatibile con loro, con lo stesso colore di capelli e di occhi. Honegger aggiunse che le mancavano ancora i documenti per l’espatrio della piccola, ma assicurò ai nuovi genitori che avrebbe sollecitato la madre naturale e le autorità italiane a inviare quanto ne­cessario.

La bambina arrivò in Francia nel novembre dello stesso anno e, nel 1963, fu chiamata Ann Elizabeth Harwood. Honegger chiese agli Harwood di rimanere in contatto per raccontarle di come crescesse la bambina e li pregava di ricordarsi di lei con donazioni che avrebbero permesso alla sua agenzia di continuare a proteggere “madri e bambini abbandonati”.

Ho ricostruito questi passaggi dell’adozione dopo avere incontrato la figlia adottiva degli Harwood a Bassano del Grappa, la città dove sono nata, nel nordest dell’Italia. Era il marzo 2022 ed ero in fila in un negozio del centro, chiacchierando con il mio compagno, che è un canadese di Vancouver. Lei ha sentito il suo l’accento e pensando fossimo turisti si è presentata come un’altra nordamericana, ma con madre italiana di Bassano del Grappa. “Mi chiamo Ann Elisabeth Helmick, tutti mi chiamano Lisa”, mi ha detto. Mi ha incuriosito subito con qualche dettaglio, tra cui il fatto che suo padre lavorava nella Cia. Mi ha detto di essere stata adottata ma di aver ritrovato da poco la famiglia d’origine.

Ero appena diventata madre anch’io e la storia di Lisa sembrava l’opposto della mia: mentre io ero tornata a Bassano del Grappa da Sarajevo per far nascere mia figlia, la madre di Lisa era partita da Bassano del Grappa per dare alla luce la sua unica figlia all’estero.

Tutto questo ha attirato il mio interesse. Ci siamo scambiate i numeri di telefono e siamo diventate amiche. Ho cominciato a intervistarla durante i nostri incontri informali, al bar o in pasticceria, ho raccolto altre informazioni poi mi sono messa a investigare sul suo caso.

Lisa ha sempre saputo di essere stata adottata, ma i genitori le avevano detto che la madre era troppo povera per occuparsi di lei. Nel 1999 suo padre Paul Harwood è morto. “Al suo funerale tutti pensavano che lavorasse per il dipartimento di stato”, ricorda Jeff, marito di Lisa. Harwood non ha rivelato molto sul suo lavoro e sul suo passato. Si è portato nella tomba anche i dettagli della storia di sua figlia. Ma le ha lasciato in una cassetta di sicurezza della banca i documenti in francese e in inglese della sua adozione.

Lisa mi ha mostrato i documenti originali: sono su carta sottile, con un grande timbro di cera rosso dello studio legale che aveva formalizzato l’adozione nel 1963, in Francia.

Per la prima volta Lisa aveva letto il nome della madre naturale, ma non credeva che fosse vero. “Pensavo che si trattasse di una specie di nome generico, signora tal dei tali, per proteggere la privacy”, mi ha detto. A confonderla ulteriormente era il fatto che lei e sua madre avevano lo stesso nome e cognome, Aurora Gramatica. Quello che la incuriosiva di più era il nome della città di origine della donna italiana, Bassano del Grappa.

Dopo 17 anni, tra il lavoro al fronte del marito come colonnello dell’esercito statunitense e tre figli da crescere, Lisa si era messa alla ricerca della madre biologica. La donna era morta nel 2002 ma lei è riuscita a trovare e a contattare la sua famiglia italiana. La riunione è avvenuta durante la Pasqua del 2018. Tutti i fratelli di Aurora l’hanno accolta al cimitero di Bassano del Grappa, alla tomba della madre, dove hanno avuto il loro primo incontro. “Mi chiamavano Aurora, come mia madre, e mi accarezzavano il viso per vedere se ero vera”. È anche riuscita a conoscere la sorella gemella della madre e suo figlio, nato due settimane prima di Lisa.

E poi nel 2022 mi ha incontrato in quel negozio del centro. All’epoca mi stavo occupando di altre inchieste, sulle multinazionali del tabacco. Ho cominciato a lavorare su questo caso nel tempo libero, e raccogliendo informazioni sul suo caso sono riuscita a trovare l’agenzia che aveva gestito l’adozione. È uscito il nome di Alice Honegger.

Nei due anni successivi ho fatto ricerche su questa donna e mi sono fatta un’idea su di lei. Durante i suoi quasi cinquant’anni di carriera, Honegger si è presentata come una donna altruista, intenta ad aiutare donne emarginate. In realtà, sfruttava la disperazione di madri incinte con poche alternative, convincendo o costringendo alcune di loro a dare i loro bambini in affidamento o adozione a famiglie benestanti. Tra i suoi clienti c’erano spie, diplomatici e presunti criminali.

Gabriella Giandelli

Le indagini che abbiamo cominciato nel 2022 con colleghi dalla Svizzera, dal Canada e da altri paesi europei del consorzio Investigate Europe hanno rivelato un altro pezzo della storia di queste adozioni. Ora stiamo raccogliendo dati su tanti altri casi che ci permettono di provare come le pratiche sospette di Alice Honegger fossero cominciate già alla fine degli anni quaranta, lasciando un sentimento di sfiducia e parecchi dubbi tra gli adottati. È un risultato che stiamo raggiungendo grazie ai documenti che ogni adottato ci ha permesso di vedere. Ma il processo è molto delicato e lento, perché bisogna rispettare la volontà di ogni persona adottata e perché i documenti da recuperare risalgono a molti anni fa.

Mettendo insieme materiale d’archivio in Italia, Svizzera, Canada e Stati Uniti, interviste con operatori di centri di adozione, ricercatori e adottati, e la corrispondenza di Alice Honegger, possiamo dire che la donna ha affidato almeno duemila bambini a diverse famiglie fino agli anni settanta, con una rete di adozioni dall’Europa al Nordamerica, passando per il Medio Oriente.

“Alice Honegger era molto interessata ad avere potere sugli esseri umani”, mi ha detto la giornalista e ricercatrice svizzera Sabine Bitter, incaricata da diversi cantoni di indagare sulle adozioni internazionali e sull’attività di Honegger. “Ignorava la legge e stabiliva da sola le regole”. Non solo: “In Svizzera le regole per le adozioni internazionali sono quelle di Honegger. Le autorità sapevano tutto ma hanno accettato questo modo di agire”.

Honegger è stata collegata per la prima volta alle adozioni illegali nel 2017 (circa vent’anni dopo la sua morte), quando il cantone di San Gallo ha pubblicato un rapporto in cui si diceva che fino al 70 per cento delle 750 adozioni di bambini dello Sri Lanka inviate in Svizzera dalla fine degli anni settanta agli anni novanta erano illegali. Il rapporto ha avuto conseguenze enormi nell’industria svizzera delle adozioni.

Siamo riuscite a ottenere documenti che permettono di ricostruire parte del passato della madre di Lisa, Aurora Gramatica. Leggerli è come fare un viaggio nel tempo, e rivivere il suo viaggio in Svizzera e la nascita della figlia, oggi Lisa Helmick. Ogni sua mossa e parte delle sue intenzioni sono state registrate alla dogana o all’ospedale. Dall’altra parte, in Italia, grazie agli archivi di Bassano del Grappa e alle nostre richieste di dati abbiamo ricostruito il viaggio della donna.

Aurora Gramatica lavorava come porcellanista a Bassano del Grappa per un grande laboratorio. Negli anni sessanta la città veneta si stava riprendendo dalle cicatrici della seconda guerra mondiale, quando era stata sulla linea del fronte. Aurora aveva sette fratelli e proveniva da una famiglia benestante, ma quando il padre morì, i figli dovettero trovare un lavoro. Lei continuò a produrre bambole fino al novembre del 1961. Poi ricevette tre mesi d’indennità di disoccupazione e preparò i documenti per lasciare l’Italia.

Il 5 febbraio 1962 Aurora attraversò la dogana svizzera a Chiasso e si diresse a nord, verso la città di Basilea. Entrò con un visto annuale come “cameriera”, che le imponeva di “pernottare in casa del padrone”. Lavorò prima nella mensa ferroviaria, poi in caffè e ristoranti del centro.

All’ospedale di Basilea scoprirono che era incinta. Il rapporto delle infermiere diceva che “la straniera è entrata nel paese incinta!” e doveva andarsene “entro un tempo ragionevole”. Gli assistenti sociali le chiesero con insistenza l’identità del padre. Alla fine Aurora rivelò che era un italiano, originario di Firenze.

Ho esaminato tutti i documenti dattiloscritti in tedesco, con diversi errori di battitura, trascrivendoli con un traduttore online. È così che ho trovato il punto in cui Aurora rivelò il nome del padre, Remo Raveggi. “Ma non si parla di matrimonio”, precisò alle operatrici. Grazie al ministero della difesa, ho scoperto che Remo aveva fatto il servizio militare come bersagliere a Pordenone, proprio tra il 1961 e il 1962.

Gli assistenti dell’ospedale chiamarono l’agenzia di Honegger e il giorno successivo alla nascita della bambina fecero firmare ad Aurora un documento per darla in adozione.

Poco dopo, però, Aurora sembrò valutare altre opzioni. Secondo i documenti conservati negli archivi di Basilea, suggerì di affidare il bambino a un orfanotrofio vicino a casa sua, in Italia. L’ospedale registrò che qualche giorno dopo il parto, il 23 giugno 1962, smise di allattare la bambina, tornò a Bassano del Grappa e parlò con sua madre per convincerla ad aiutarla con la bambina. Secondo le dichiarazioni di Aurora, la madre le disse di fare “ciò che ritieni giusto per la bambina”. Aurora tornò in Svizzera. Poi tornò di nuovo in Italia, ma senza la figlia.

Ad agosto, la bambina entrò in una casa famiglia nella pittoresca cittadina di Sciaffusa, a circa un’ora di treno a nord di Basilea. Una rete di famiglie private forniva questo servizio e i bambini erano accolti in attesa di essere adottati o, in casi più rari, di tornare ai genitori. Honegger chiedeva alle madri biologiche di pagare le spese per il servizio di affido, finché non trovava genitori adottivi.

Con il nome di nascita di Aurora Gramatica, Lisa entrò in casa di Erica H., che era sposata con un ferroviere e viveva su una collina proprio di fronte alla stazione. La donna era solita scattare foto con tutti i bambini che prendeva in affidamento e le aggiungeva a un poster appeso in casa. Il marito registrava la data in cui arrivavano e quando andavano via. Era un elenco di decine di bambini. La figlia di questa famiglia, che era un’adolescente quando Lisa arrivò a casa sua, ha salvato una pagina di questo elenco e l’ha dato a Lisa in persona quando l’abbiamo rintracciata e incontrata a Zurigo. Nella pagina sono ri­portati i nomi di 38 bambini, tutti forniti da Ho­negger. Lisa è la numero 12: “Aurora Grammatica, Parigi-Usa”.

Da Sciaffusa, Lisa è stata portata alla nuova famiglia in Francia. Dalle ricerche, non risulta che avesse documenti d’identificazione quando lasciò il paese. Non ci sono lettere di Aurora.

Come in molti paesi europei dell’epoca, in Svizzera le donne vivevano soprattutto in casa, con parecchi limiti. In generale, dovevano attenersi a quelle che in tedesco chiamano le tre k: kinder, kuche, kirche (bambini, cucina e chiesa). Avere figli senza il sostegno del marito non era culturalmente accettato. “I figli gli erano spesso portati via contro la loro volontà e le donne venivano anche internate a scopo di rieducazione”, racconta Francesca Falk, storica specializzata in migrazioni all’università di Berna.

Se le donne svizzere avevano pochi diritti, le immigrate che arrivavano da paesi europei più poveri per lavorare e si trovavano a partorire in Svizzera ne avevano ancora meno. La gravidanza le poneva di fronte a una scelta drastica, dice Sabine Bitter: lasciare il paese e perdere il lavoro oppure restare e dare il bambino in adozione.

La nostra indagine ha rivelato che Honegger ha sfruttato questa situazione a proprio vantaggio. Ha approfittato della vulnerabilità e disperazione delle madri, contando sulla mancanza di aiuto da parte delle famiglie e sul debole controllo delle autorità.

Allo stesso tempo Honegger aveva il pieno sostegno dei genitori adottivi, che vedevano in lei una sorta di eroina. Gli dava ciò che non avrebbero potuto avere altrimenti: un figlio.

Honegger aveva completato i suoi studi come assistente sociale a Zurigo e, nel 1948, si era unita a una collega in un’agenzia di adozione privata. Ben presto aveva preso in mano l’attività ed era diventata la persona di riferimento. Usava la sua casa nella città di Rapperswil per accogliere le donne incinte, e gli chiedeva di lavorare per lei in un negozio di antichità lì vicino, dando in adozione i loro figli se non erano sposate.

Ma nel maggio del 1952 l’Associazione svizzera delle donne caritatevoli (Sgf), l’organizzazione ombrello del movimento delle donne svizzero, esaminò la gestione delle adozioni di Honegger e giunse alla conclusione che i suoi metodi di lavoro erano “devastanti”. Alla fine Honegger fu “licenziata senza preavviso”, così decise di trasferirsi negli Stati Uniti.

Il Nordamerica segnò la sua fortuna. Lì riuscì a stabilire molti contatti che avrebbe usato in seguito. Quando tornò in Svizzera, si era ritagliata una fetta specifica del mercato delle adozioni: piazzava bambini svizzeri a clienti nordamericani.

Nel 1959, però, la sezione americana dell’International social service (Iss), una ong fondata nel 1924 che si occupa anche di adozioni internazionali , interruppe i rapporti con Honegger e respinse la sua richiesta di collaborazione per l’invio di bambini negli Stati Uniti perché non rispettava i suoi standard. Secondo la documentazione che abbiamo trovato negli archivi dell’università del Minnesota, Honegger si rifiutò di collaborare o condividere informazioni con le autorità statunitensi per le adozioni e chiedeva denaro ai genitori adottivi e alle famiglie che ricevevano figli in affido, violando le leggi statunitensi in merito. La sede svizzera della Iss difendeva invece Honegger, dicendo che risolveva il grosso problema dei “figli illegittimi” in Svizzera.

Secondo un rapporto pubblicato nel 2020 dall’università di scienze applicate di Zurigo, nel 1964 Alice Honegger fu “sospesa” e poi “licenziata” dalla sua stessa agenzia per le sue pratiche discutibili. L’anno successivo l’agenzia fu coinvolta in una causa intentata dalle autorità olandesi perché Honegger aveva collocato i bambini nei Paesi Bassi “senza il necessario consenso ufficiale” delle madri. Ciò significava che i bambini avrebbero dovuto essere rimpatriati nel loro paese d’origine. Honegger negò tutte le accuse e, nello stesso 1965, riuscì a fondare una nuova agenzia.

In seguito ha sempre difeso il suo operato. In una lettera degli anni ottanta a uno degli adottati, scrisse: “Guardo indietro a più di trent’anni di lavoro in questo campo e non mi pento di un solo giorno”.

Per dimostrare l’attività di Honegger abbiamo cercato altri adottati. Tra le persone che siamo riusciti a rintracciare e intervistare c’è un’altra donna passata attraverso la sua agenzia, sempre all’inizio degli anni sessanta. Si chiama Christiane Weideli e vive a Vancouver, sulla costa pacifica del Canada.

Weideli fu affidata a due sospetti criminali che la portarono dall’Europa al Perù e poi negli Stati Uniti e in Canada, dove abusarono di lei mentalmente e fisicamente. Con loro c’era anche suo fratello, più grande di tre anni e anche lui vittima di abusi.

Come Lisa Helmick, anche Christiane Weideli ha trascorso parte della sua infanzia in Sudamerica. Fu affidata a una coppia che gestiva un’attività di attrezzature mediche e pietre preziose in Perù. La madre adottiva, la belga Victoria Meeus, aveva cominciato a lavorare ad Anversa, in Belgio, la capitale mondiale dei diamanti. Poi aveva cominciato a commerciare in Perù, dove incontrò Jean-Pierre Weideli, uno svizzero impiegato dell’ormai defunto Banco de Lima. Una lettera di un amico di famiglia ottenuta da Christiane anni dopo dice che, al momento dell’incontro con Victoria, Pierre “non aveva un soldo”. Aveva 22 anni meno di lei. Quando capì che lei era un’artista e aveva i soldi, cominciò a gestire la sua contabilità e poi ne prese in mano l’attività.

Tra gli europei di Lima erano molto conosciuti, ma si spostavano spesso. Dopo il Perù, all’inizio degli anni settanta andarono prima negli Stati Uniti, in Florida, poi in Canada, a Montréal e infine a Vancouver, spesso con trasferimenti improvvisi, come se fossero in fuga.

È lì che, dopo un anno, Christiane prese una decisione. “Non potevo più sopportare gli abusi di queste persone”, racconta, “così sono scappata di casa”. A 15 anni fu affidata ai servizi sociali fino alla maggiore età.

A 29 anni scoprì la verità grazie a un vecchio amico di famiglia dei genitori, che in una lettera scrisse a lei e al fratello che erano stati adottati.

“È stato un tale sollievo”, ricorda Weideli. Era felice di sapere che le persone che l’avevano cresciuta e maltrattata non erano i suoi genitori naturali. Ma il suo mondo cambiò completamente: scoprì che tutta la sua vita era stata una menzogna e cominciò a cercare la madre naturale.

Quando nel 2003 si recò per la prima volta in Svizzera per chiedere informazioni, l’ufficio per le adozioni la scoraggiò, dicendole che la burocrazia e i costi erano insormontabili. In seguito avrebbe saputo che sua madre era morta, ma era ancora viva quando lei aveva cominciato a cercarla. Sarebbe stata la sua ultima occasione per incontrarla.

Anni dopo, Christiane ha scoperto il suo nome di nascita, Daniela, e quello della madre: Edith Frieda Docekal. Era una donna tedesca emigrata in Svizzera per lavoro. Era rimasta incinta della sua seconda figlia, ma il marito non intendeva tenerla. Costretta dalla situazione economica e dalla mancanza di sostegno del marito, cercò aiuto prima dalla sorella e poi da una famiglia affidataria, alla quale lasciò la figlia, sperando di racimolare i soldi per riprenderla al più presto.

A quel punto entrò in scena l’agenzia di Honegger. Fu informata della situazione complicata della madre. E aveva bisogno di un nuovo bambino per una coppia benestante.

Cominciò uno scambio di lettere scritte a mano. Docekal cercò le possibili soluzioni per tenere la figlia. In una lettera scrisse che non voleva acconsentire all’adozione perché il pensiero l’avrebbe perseguitata per il resto della sua vita: “Se permetto che Daniela sia adottata non troverò mai pace”. Ma la bambina finì in Perù.

Le nostre indagini dimostrano che Weideli era stata sottratta alla madre e la sua identità era falsa. I genitori adottivi pagarono medici peruviani per falsificarne data e luogo di nascita. Ora ha presentato domanda al fondo di solidarietà istituito dallo stato svizzero per aiutare le persone maltrattate nell’ambito di queste misure sociali forzate.

Christiane Weideli, Lisa Helmick e le altre persone adottate intervistate per questa storia hanno riflettuto su come l’incertezza su ciò che successe alle loro madri naturali abbia influenzato le loro identità.

È una decisione importante quella di cominciare la ricerca dei genitori biologici. “Spero che altre persone vadano avanti. Questo viaggio è un invito a stare attenti”, dice Lisa. “Siete pronti? Se non siete pronti, aspettate un po’ finché arriva il momento giusto”.

Alessia Cerantola è una giornalista italiana. È direttrice editoriale di Investigate Europe, organizzazione non profit di giornalisti d’inchiesta. Questo articolo è stato pubblicato dal giornale online New Lines Magazine con il titolo Revealing ground zero of the swiss adoption scandal.

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Questo articolo è uscito sul numero 1603 di Internazionale, a pagina 114. Compra questo numero | Abbonati