Dall’annuncio del cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, gran parte del mondo si è concentrata sugli effetti immediati della distruzione nel territorio palestinese. Il dibattito si è focalizzato su quali organismi amministreranno gli aiuti, su come potrebbe cominciare la ricostruzione, sul ruolo della comunità internazionale e sui termini della fragile tregua. Sono tutte questioni importanti. Ma nella discussione, e nell’accordo sul cessate il fuoco, manca qualcosa: i palestinesi e la loro capacità di azione politica. Inoltre bisogna chiedersi: cosa succederà al movimento nazionale palestinese all’indomani di questa guerra? Chi parlerà a nome dei palestinesi e negozierà i termini di eventuali accordi con Israele in futuro? Il quadro dei negoziati del passato conta ancora qualcosa?

I palestinesi sono sicuramente sollevati che sia stato finalmente annunciato il cessate il fuoco, dopo quindici mesi di devastazione inimmaginabile che molti esperti definiscono un genocidio. La guerra ha superato per dimensioni la Nakba del 1948, in cui circa 750mila palestinesi furono espulsi dalle loro case in seguito alla nascita dello stato d’Israele.

Vivi e vegeti

Ci sono serie preoccupazioni sui termini del cessate il fuoco. Come osserva la studiosa Marika Sosnowski, l’accordo potrebbe essere un “contratto da strozzini”, progettato per sospendere i combattimenti cambiando nel frattempo la realtà sul terreno. Il fatto che sia coinciso con il lancio dell’operazione israeliana Muro di ferro in Cisgiordania è particolarmente allarmante.

E una seconda amministrazione statunitense guidata da Donald Trump – di cui fanno parte persone come Mike Huckabee (un cristiano evangelico vicino ai coloni nominato ambasciatore degli Stati Uniti in Israele) – e pronta a sostenere l’assoluto dominio israeliano sulla Cisgiordania conferma i timori dei palestinesi. L’accordo non si occupa della questione dell’amministrazione palestinese. L’ex segretario di stato statunitense Antony Blinken aveva ipotizzato che l’Autorità nazionale palestinese (Anp), sostenuta da alleati internazionali, avrebbe potuto controllare il territorio, ma questo è ancora da negoziare.

Nonostante questo molti palestinesi considerano il momento attuale come una vittoria, per certi aspetti. La popolazione di Gaza è stata sfollata in massa, ma non è stata espulsa. I palestinesi hanno insistito sulla richiesta di tornare in quello che resta delle loro case nel nord della Striscia, e l’hanno ottenuto. Inoltre, l’identità e il nazionalismo palestinesi sono vivi e vegeti, e il movimento di solidarietà per i loro diritti nell’ultimo anno di guerra è cresciuto in tutto il mondo sia per dimensioni sia per importanza. Sono tutti sviluppi degni di nota.

Questo ci porta alla crisi principale della vita politica interna palestinese: una lea­dership considerata assente o illegittima.

Oggi la leadership palestinese assume due forme. C’è l’ufficio politico di Hamas, con un capo provvisorio che porta avanti i negoziati in Qatar, e c’è l’Anp gestita da Al Fatah a Ramallah. Nessuna delle due si è mostrata all’altezza; e non è ancora chiaro come intendano perseguire le rivendicazioni nazionali palestinesi a lungo termine. Già il fatto che due soggetti diversi affermino di rappresentare il popolo è il segnale della stagnazione politica in cui vivono i palestinesi.

Dall’inizio degli anni novanta l’Anp controllata da Al Fatah, sostenuta dagli Stati Uniti e in collaborazione con Israele, ha avuto il permesso di agire in alcune parti della Cisgiordania. L’Anp ha rivendicato legittimità sul palcoscenico internazionale, rifiutandosi nel frattempo di tenere elezioni e di rendere conto ai palestinesi del suo operato. Al Fatah ha estromesso i candidati alternativi alla leadership e chi si oppone al presidente in carica Mahmoud Abbas, detto Abu Mazen. Cosa ancora più importante, l’Anp non è stata in grado di proteggere i palestinesi dalla crescente violenza dei coloni e dalle incursioni dell’esercito israeliano. È stato sconvolgente vedere l’Anp fornire assistenza a Israele nel coordinamento della sicurezza e nelle operazioni di repressione in Cis­giordania durante la guerra a Gaza. Ma finché continua a svolgere il suo ruolo accanto a Israele, alla comunità internazionale non interessa che l’Anp abbia ormai perso da tempo legittimità tra la sua popolazione.

Dall’altra parte c’è Hamas, che governa Gaza dopo la vittoria alle elezioni palestinesi nel 2006. L’organizzazione prese il controllo della Striscia dopo che i risultati del voto furono rifiutati dagli Stati Uniti e dai loro alleati. Da allora nessuno nella comunità internazionale ha ritenuto urgente affrontare il fatto che i territori palestinesi avevano due governi separati o che la popolazione di Gaza subiva un durissimo embargo da quando Hamas era al governo nella Striscia. Fino al 7 ottobre 2023 si pensava che “l’equilibrio violento” tra Hamas e Israele avrebbe tenuto, e che questa situazione con il governo spaccato in due, una leadership che non rispondeva del suo operato e nessuna soluzione al conflitto israelo-palestinese sarebbe stata sostenibile.

Gli ultimi quindici mesi dimostrano che non è mai stata sostenibile. Sappiamo che il popolo palestinese insiste nel volersi governare autonomamente e amministrare i propri affari, anche ora a Gaza. Forse accorgendosi dei sentimenti dell’opinione pubblica, le due principali fazioni palestinesi hanno concordato la creazione di un comitato tecnico per la fornitura di servizi nella Striscia di Gaza dopo il cessate il fuoco, ma resta da vedere se questo organismo sarà incorporato nell’accordo.

Maggiore coesione

Quindi, cosa accadrà ora? La maggioranza dei palestinesi rifiuta l’idea che l’Autorità nazionale palestinese governi Gaza da sola. L’Anp è vista come l’istituzione che ha portato avanti il processo di deterioramento delle condizioni di vita e del movimento nazionale. È vero che le sue istituzioni forniscono alcuni servizi essenziali, ma l’accusa ad Abbas e all’Anp di aver tradito la causa palestinese è frequente nel dibattito interno in Palestina.

Dalla Cisgiordania
Aumentano le tensioni

◆ Il 2 febbraio 2025 l’esercito israeliano ha fatto esplodere circa venti edifici nel campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania occupata, dove dal 21 gennaio conduce un’operazione contro i gruppi armati palestinesi. Un uomo di 73 anni è stato ucciso dai proiettili israeliani il 2 febbraio, mentre nello stesso giorno nella città di Arroub, nel sud della Cisgiordania vicino a Hebron, l’esercito israeliano ha ucciso un uomo di 27 anni. Secondo Al Jazeera, le esplosioni del 2 febbraio “segnano un’escalation negli attacchi sempre più violenti di Israele contro le infrastrutture palestinesi”.

The Palestine Chronicle riferisce di una serie di incursioni e attacchi dell’esercito e dei coloni israeliani in diverse città della Cisgiordania negli ultimi giorni. Israele ha anche rafforzato la misure di sicurezza intorno a vari campi profughi, impedendo agli abitanti di spostarsi liberamente. Il ministero della salute palestinese ha reso noto che dall’inizio dell’anno Israele ha ucciso settanta persone in Cisgiordania, tra cui dieci bambini. Il 4 febbraio due soldati israeliani sono morti in un attentato compiuto da un palestinese nel nord della Cisgiordania.


È importante riconoscere che, nonostante la condanna internazionale e il fatto che gli Stati Uniti e i loro alleati lo considerino un gruppo terroristico, Hamas ha guadagnato una certa legittimità tra i palestinesi dall’inizio della guerra. I sondaggi mostrano oggi un sostegno maggiore per l’organizzazione rispetto a prima degli attacchi del 7 ottobre, probabilmente per effetto della maggiore coesione che si è creata con la guerra: nel settembre del 2023 il 27 per cento dei palestinesi intervistati dal Palestinian center for policy and survey research riteneva che Hamas “meritasse più di tutti di rappresentare e guidare il popolo palestinese”; nel settembre 2024 si è arrivati al 43 per cento. Tuttavia, nel sondaggio più recente un terzo dei palestinesi ritiene che nessuna delle due fazioni meriti la leadership.

Per la maggioranza dei palestinesi, inoltre, la nascita di un governo di unità tra i due partiti sarebbe la prima preferenza di cambiamento politico dopo la guerra. L’idea di tornare a un’amministrazione divisa, con un’organizzazione a governare Gaza e l’altra la Cisgiordania, è oltraggiosa per molti di quelli che considerano l’unità della Palestina la cosa più importante.

Infine, pochissimi palestinesi approvano un intervento esterno. Questo contrasta con i piani avanzati dagli Emirati Arabi Uniti, per esempio, secondo cui forze arabe alleate di Israele dovrebbero garantire la “sicurezza” a Gaza dopo il cessate il fuoco. Non ci sono risposte facili. Ma è chiaro che i palestinesi sono stanchi della situazione, e qualsiasi tentativo di riconfezionare semplicemente l’attuale dirigenza e le stesse strutture di governo non avrà legittimità ai loro occhi.

È sorprendente che più di un anno di guerra non abbia reso chiaro un semplice fatto: non ci può essere una soluzione al conflitto senza il popolo palestinese. Inoltre, aspettarsi che i palestinesi subiscano minacce alla loro esistenza e alla loro identità – attraverso la fame, i bombardamenti, la repressione, gli attacchi dei coloni e così via – senza reagire è assurdo. In mancanza di soluzioni politiche, le azioni armate aumenteranno inevitabilmente. È proprio quello che abbiamo visto in Cis­giordania, e come ha affermato Blinken all’inizio di gennaio: “Hamas ha arruolato quasi tanti nuovi militanti quanti ne ha persi”. Dovrebbe essere profondamente sconcertante per chiunque il fatto che le condizioni precedenti a questa guerra sono solo peggiorate.

Per trovare una soluzione sostenibile la società palestinese deve poter partecipare. Questo significa permetterle di scegliere la leadership, in modo che chiunque conduca trattative a suo nome abbia legittimità ai suoi occhi. Significa anche concedere ai palestinesi lo spazio per trattative interne, senza rappresaglie e uccisioni, in modo da trovare dei metodi per superare la polarizzazione tra Al Fatah e Hamas. E significa che la comunità internazionale dovrebbe prendere sul serio soluzioni coraggiose e creative, invece di ignorare qualunque iniziativa politica palestinese.

Solo così si potrà risolvere la crisi della sofferenza e della devastazione a Gaza. E solo così si potrà arrivare a una pace di lungo termine. ◆ fdl

Dana el Kurd è una ricercatrice palestinese, esperta di regimi autoritari nel mondo arabo. Insegna scienze politiche all’università di Richmond, negli Stati Uniti.

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Questo articolo è uscito sul numero 1600 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati