Dalla cima di un piccolo vulcano spento conosciuto come The Hummock (la collinetta), la campagna a est di Bundaberg è un fertile mosaico di campi verdi e terra rossiccia arata di fresco. Si estende verso l’interno ed è forse la zona agricola più ricca dell’Australia, grazie soprattutto ad avocado, noci di macadamia, frutti della passione, patate dolci e canna da zucchero, spiega Bree Grima, direttrice dell’Associazione dei coltivatori ortofrutticoli di Bundaberg.

Ma la regione ha un passato oscuro. Negli ultimi anni del periodo coloniale le pietre vulcaniche disseminate nei campi furono rimosse da circa 62mila abitanti delle isole del Pacifico, portati qui e in altre aree dove si coltivava la canna da zucchero dai famigerati blackbirder, i mercanti di schiavi. La maggior parte dei lavoratori forzati erano originari di quelle che oggi sono le isole Vanuatu e Salomone.

Dietro la piccola chiesa di legno frequentata dai discendenti di quei lavoratori c’è un memoriale con incisi centinaia di nomi di giovani provenienti da isole come Tanna e Malaita, morti più di un secolo fa per sfinimento e malattia. I decessi all’epoca furono registrati, ma le tombe si trovavano fuori dal cimitero della città ed erano anonime. Oggi i muretti a secco costruiti da questi uomini, chiamati kanakas, e probabilmente molte di quelle tombe, sono demoliti per fare più spazio all’agricoltura estensiva.

La storia si ripete. Sulla terra vicino a The Hummock vedo i gilet arancioni catarifrangenti indossati dai lavoratori delle Tonga che piantano patate dolci in un campo vastissimo. Tre giorni dopo hanno quasi finito. Parlando con gli stagionali delle isole del Pacifico e con i giovani stranieri in vacanza-lavoro che alloggiano negli ostelli della zona, si sente spesso l’espressione “schiavitù moderna”. Le storie di persone che raccolgono, piantano e potano ma sono pagate a cottimo invece che in base alle tariffe orarie ufficiali sono infinite, come le denunce di affitti eccessivi trattenuti dagli stipendi per alloggi di bassa qualità.

Bacino vulnerabile

Bundaberg non è un caso isolato, e nemmeno il peggiore. Gli stessi racconti circolano in molte altre regioni dell’Australia. L’industria ortofrutticola conta su un bacino vulnerabile e in gran parte non sindacalizzato di lavoratori occasionali: in molti casi si tratta di abitanti di nove paesi insulari vicini che arrivano in Australia con il Programma per gli stagionali del governo di Canberra; ancora più spesso sono backpacker, viaggiatori “zaino in spalla” che devono lavorare 88 giorni nel settore agricolo per ottenere un visto per il secondo anno di soggiorno (o sei mesi per restare anche il terzo anno).

A una terza categoria di manodopera da sfruttare appartengono i lavoratori, per lo più asiatici, ribattezzati overstayer o senza documenti, che arrivano in Australia con un visto turistico e poi fanno domanda di asilo (una procedura che può durare fino a tre anni mentre loro sopravvivono lavorando) oppure si danno alla macchia. Si calcola che nelle campagne australiane ce ne siano circa 70mila. Alcuni sono in un campo di fragole vicino a Childers, una cittadina non lontana da Bundaberg, e si spostano nervosamente dietro una fila di alberi quando si accorgono che io e Geoff Smith, un operaio edile in pensione e delegato sindacale, li stiamo guardando. “Che differenza c’è tra 160 anni fa e oggi?”, si chiede Smith. Con la moglie Jane, nipote di un bracciante della canna da zucchero rapito da ragazzino sull’isola di Tanna (oggi Vanuatu), fornisce assistenza e patrocinio gratuiti ai tanti stagionali di Vanuatu a Bundaberg. La risposta se la dà da solo: “Oggi c’è l’aereo al posto della goletta”. È un’esagerazione ovviamente, ma contiene un nocciolo di verità.

Secondo Abul Rizvi, ex vicesegretario del dipartimento per l’immigrazione, in Australia lo sfruttamento dei lavoratori stranieri è in aumento. E questo anche se il parlamento federale nel 2018 ha approvato il Modern slavery act, una legge che impone ai datori di lavoro con un volume d’affari superiore ai cento milioni di dollari australiani (63 milioni di euro) di denunciare i casi di sfruttamento nella loro catena di forniture. “Il problema non riguarda solo i lavoratori senza documenti, ma si estende ai migranti che arrivano in Australia con visti di vario tipo”, scrive Rizvi in un libro che sta per essere pubblicato. “Negli ultimi sei anni si è registrato un sensibile aumento nell’uso improprio dei visti turistici e del sistema dell’asilo per far entrare nel paese lavoratori migranti, di fatto come manodopera vincolata”. È difficile che le agenzie interinali private e i datori di lavoro siano scoperti, aggiunge Rizvi, e le sanzioni sono relativamente modeste. “I vantaggi che si ricavano dallo sfruttamento della manodopera migrante sono grandi, e i rischi sono pochi”.

Ma la pandemia ha interrotto questo moderno sistema di sfruttamento. Ora che il numero dei backpacker stranieri è sceso a circa 50mila all’anno contro gli abituali 140mila, e con circa settemila lavoratori stagionali invece dei 12mila degli anni scorsi, Bundaberg e l’intero paese devono fare i conti con la carenza di manodopera. Almeno per il momento, il potere contrattuale delle parti si è capovolto. “Non c’è abbastanza forza lavoro”, dice un agricoltore di Bundaberg che chiamerò Dudley (mi ha chiesto di non indicare il suo vero nome). “Quando questa storiaccia sarà finita e torneranno i giovani zaino in spalla, i rapporti di forza si ribalteranno. Ora sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico e a farci il culo”.

Fino all’inizio della pandemia gli ostelli erano l’unico canale per trovare lavoro

A quanto pare c’è stato anche un aumento dei salari. “Un tizio mi ha chiamato l’altro giorno lamentandosi che un altro coglione paga gli operai un paio di dollari a cassa più di lui”, racconta Dudley. A Bundaberg un reclutatore di braccianti racconta di un coltivatore di patate dolci che offre un bonus di due dollari da sommare alla tariffa oraria ufficiale di 24 dollari e 90 (e pagato retroattivamente) se il lavoratore resta almeno cinque settimane. Lo stesso reclutatore aggiunge che alcuni stanno perfino considerando la possibilità di assumere australiani. Lui ne ha collocati diversi, tra cui persone con disabilità. Bundaberg ha uno dei tassi di disoccupazione più alti del paese, l’11 per cento nell’ultimo trimestre dell’anno, ma il reclutatore dice che è difficile convincere i giovani australiani a lasciare il rifugio sicuro, anche se modesto, del sussidio di disoccupazione per un lavoro a breve termine e molto faticoso. “Sono stati esclusi dalla forza lavoro non qualificata e ormai hanno messo radici nel sistema del Centrelink, l’agenzia governativa preposta alla sicurezza sociale”, continua il reclutatore. “Alcuni vogliono solo che si certifichi che hanno fatto domanda di lavoro, e la metà non si presenta quando gli viene offerto un posto”.

Bree Grima, dell’associazione dei coltivatori di Bundaberg, dice che gli agricoltori contano sempre di più sui braccianti locali. La mancanza di manodopera ha consentito ai lavoratori di ottenere ribassi nelle tariffe degli ostelli, che sono spesso legati alle agenzie interinali, o di passare a una sistemazione indipendente nei motel. I lavoratori ora possono anche scegliersi l’occupazione a loro più congeniale – raccogliere avocado, noci di macadamia o frutti della passione, per esempio, invece che cocomeri e patate dolci in vasti campi assolati. “Me ne sto sulla macchina per raccogliere le ciliegie tra gli alberi di avocado”, dice un backpacker inglese che si è preso una pausa dal suo lavoro nel settore della finanza. “Non devo parlare con nessuno e posso fumare erba tutto il giorno”.

Per i lavoratori che provenivano dalle isole del Pacifico l’incertezza è maggiore. Sono in Australia in base al Programma per i lavoratori stagionali gestito dal dipartimento dell’istruzione, delle competenze e dell’occupazione (Dese) oppure rientrano nei circa 2.500 operai non specializzati o semi specializzati inclusi in un piano parallelo, il Pacific labour scheme, gestito dal dipartimento degli esteri e del commercio, che si rivolge a un più ampio ventaglio di industrie. Arrivano da Vanuatu, dalle Fiji, dalle Tonga, dalle Samoa, dalle isole Solomone, da Kiribati, dalla Papua Nuova Guinea, da Nauru, Tuvalu e Timor Leste e normalmente sono legati a un unico datore di lavoro: gli stagionali per un massimo di due periodi consecutivi di sei mesi, i lavoratori del Pacific labour scheme per un periodo da uno a tre anni.

Con l’emergenza per il covid-19, i lavoratori sono stati autorizzati a restare in Australia anche dopo la scadenza del visto. Sono liberi di cambiare lavoro, anche se alcuni non sembrano saperlo e altri temono di essere bollati come latitanti o lavoratori scadenti e rispediti a casa se si lamentano o cercano un’altra occupazione.

Incontro due operai di Vanuatu che hanno lavorato nelle città di Emerald, Maryborough, Childers e Bundaberg, nel Queensland, alla raccolta di uva, arance e mandarini, cocomeri e avocado. Hanno pagato fino a 230 dollari alla settimana per l’alloggio, e a volte nei letti a castello c’era così poco spazio che non potevano neppure stare seduti. Parlano di datori di lavoro “etici”, facendo il nome di un grande coltivatore di avocado, e di altri che non rientrano in questa definizione. “Uno non ha mai precisato la tariffa a cottimo”, raccontano. “La cambiava in modo che coincidesse con la tariffa oraria per gli operai più veloci, mentre gli altri prendevano di meno. Non avevamo scelta”. Ora lavorano entrambi per un coltivatore che spera di tenerli a lungo termine, uno guadagna circa 1.500 dollari alla settimana con tariffa a cottimo e l’altro intorno a un migliaio con la tariffa oraria. Temono di ammalarsi e si chiedono se l’assicurazione che il datore di lavoro dice di aver stipulato copra eventuali spese. “Sarebbe meglio avere una vera assistenza sanitaria, come quella degli australiani”, dice uno. “Lavoriamo qui e paghiamo le tasse come loro, no?”.

Secondo Richard Curtain e Stephen Howes, esperti di affari del Pacifico all’Australian national university, il 48 per cento circa dei lavoratori stagionali è assunto da quattro agenzie interinali private e gli altri da compagnie di reclutamento più piccole o da coltivatori autorizzati. La necessità di ricorrere a intermediari crea un divario tra lavoratori delle isole e agricoltori, che contrasta, per esempio, con gli obiettivi del Programma dei datori di lavoro stagionali riconosciuti della Nuova Zelanda. Nell’ambito del progetto neozelandese, più impegnato a garantire assistenza sociale agli stagionali, i lavoratori delle isole del Pacifico tornano più volte nelle stesse aziende agricole e negli stessi vigneti, e in alcuni casi durante la bassa stagione i datori di lavoro vanno a trovarli nei loro villaggi. L’obiettivo è quello di creare un gruppo di operai “che continuano a tornare”, dice Jill Bidding­ton, che lavora per la Union aid abroad-Apheda di Sydney e monitora la situazione dei lavoratori delle isole del Pacifico in Australia. “L’Australia cerca solo manodopera a basso costo. Non ho mai visto un agricoltore australiano da quelle parti”.

Segregazione

Nell’Australia rurale le agenzie interinali spesso collaborano attivamente con i proprietari degli ostelli o gestiscono ostelli in proprio. Fino all’inizio della pandemia, di fatto, gli ostelli erano l’unico canale per trovare lavoro. Il nullaosta per il lavoro stagionale o il passaporto straniero erano un prerequisito, dice Geoff Smith, e “gli abitanti locali non avevano modo di candidarsi”. Uno di questi ostelli in una città dell’interno è sostanzialmente un insieme di bungalow provvisori, con fornelli a gas in spazi semichiusi e un blocco centrale di bagni e docce. Quando lo visito piove e un gruppo di backpacker sta trascorrendo le ore di inattività forzata e non retribuita davanti al computer o al telefono. Una ragazza mi indica una tenda da campeggio quadrata che le costa 110 dollari alla settimana. In fondo alla collina, due ragazzi di Vanuatu mi mostrano un lungo capanno di lamiera ondulata dove condividono una stanza in quattro.

Griffith, New South Wales, Australia, 8 ottobre 2020  - David Gray, Bloomberg/Getty Images
Griffith, New South Wales, Australia, 8 ottobre 2020  (David Gray, Bloomberg/Getty Images)

Nel mio motel a Bundaberg, Aurora Garcia, una backpacker canadese, mi racconta che per vari mesi del 2020 ha pagato 215 dollari alla settimana per un letto a castello. Le stanze erano roventi d’estate e gelide d’inverno. Il riscaldamento era vietato perché le pareti erano infiammabili. I servizi igienici erano lontani, con tre cubicoli per le toilette e tre docce per una cinquantina di donne. Nel tardo pomeriggio, quando tutti tornavano dal lavoro, la fila per la doccia si snodava per tutto il complesso. Poi, in otto intorno allo stesso fornello, cercavano di cucinarsi la cena. “Una volta sono scesa dalla collina per parlare con un ragazzo di Vanuatu che avevo conosciuto al lavoro, ma il direttore dell’ostello mi ha ordinato di andarmene minacciando di sbattermi fuori”, racconta Garcia. “C’era una specie di segregazione razziale: gli stranieri bianchi quassù e gli isolani laggiù, ogni contatto era vietato”. Poi Garcia ha lavorato in un’azienda che coltiva avocado per una grande catena di supermercati. Lì, continua, il supervisore imponeva una disciplina in stile militare, obbligando chi restava indietro a fare salti a stella e piegamenti per punizione.

Fino a febbraio del 2020 un pub di Bundaberg riadattato ospitava quasi cento lavoratori stagionali e backpacker stranieri che pagavano duecento dollari alla settimana per un letto a castello, a volte erano addirittura dodici in una stanza. Alcuni erano arrivati quando i proprietari del pub avevano raggiunto la città di Childers e li avevano reclutati con la promessa di una paga migliore. Secondo Smith, poi li avevano consegnati ai coltivatori della zona avvertendo che, in quanto “fuggitivi”, in caso di reclami avrebbero potuto anche farli espellere. Poi, a febbraio, i proprietari hanno intimato ai lavoratori di sloggiare. L’allontanamento è avvenuto quasi in coincidenza con la visita dell’alto commissario di Vanuatu, Samson Vilvil Fare. “Quando visito quelle zone rimango sbalordito”, mi dice Fare. I reportage giornalistici e le ricerche accademiche sul campo non hanno avuto alcun impatto. “Non ho visto cambiamenti nell’assistenza ai nostri cittadini”.

I backpacker di solito devono sopportare queste condizioni solo per qualche mese, in genere non pensano a mettere da parte denaro per le loro famiglie e spesso hanno la carta di credito dei genitori su cui contare in caso di difficoltà. Ma gli abitanti delle isole del Pacifico sono molto più deboli culturalmente ed economicamente. Molti non conoscono abbastanza l’inglese per capire contratti, buste paga, detrazioni previdenziali, conti bancari, assicurazione medica, requisiti per la dichiarazione dei redditi o modalità di reclamo. Geoff Smith deve controllare che prima di partire abbiano annullato i contratti di telefonia mobile, i servizi di streaming e cose simili in modo che i rimborsi fiscali e previdenziali non spariscano subito quando finalmente gli vengono versati. I datori di lavoro non spiegano come fare per recuperare spese come quelle per i biglietti aerei. I giovani lavoratori delle isole polinesiane, in particolare, tendono ad avere aspettative irrealistiche sulle cifre che potranno mandare a casa per progetti religiosi e per le loro famiglie.

Le truffe sono all’ordine del giorno. Il reclutatore di Bundaberg mi parla di lavoratori che hanno dovuto pagare quattrocento dollari per essere portati dalla Sunshine coast a un nuovo posto di lavoro a Bundaberg (in treno sono circa 35 dollari). “Sono i reclutatori a spennarli”, dice Dudley, il coltivatore. “E poi l’agricoltore si fa una cattiva fama perché non li paga adeguatamente”. Dudley ormai si rifiuta di ricorrere alle agenzie interinali e preferisce assumere i dipendenti direttamente.

Da sapere
Un annuncio storico

◆ Il governo australiano ha annunciato che, per far fronte alla carenza di manodopera agricola, entro la fine dell’anno comincerà a rilasciare visti temporanei ai braccianti dei paesi dell’Asean (l’Associazione delle nazioni del sudest asiatico). Si tratta di un annuncio storico, dato che Canberra si era sempre rifiutata di aprire il settore ai lavoratori asiatici. La decisione segue l’accordo raggiunto con il Regno Unito a giugno, in base a cui i viaggiatori “zaino in spalla” britannici, circa diecimila all’anno, non dovranno più lavorare per un periodo nelle aziende agricole per poter prolungare il loro soggiorno in Australia. Asia Sentinel


L’apertura dei programmi alle donne ha aggiunto il problema delle molestie sessuali e delle aggressioni. Inoltre gli isolani, abituati al traffico lento e rado di casa loro e poco pratici della guida sulle strade australiane, a volte si ritrovano al volante di veicoli industriali o devono procurarsi auto usate per andare al lavoro. Secondo il Dese, dall’inizio del programma, nel 2012, in Australia sono morti 25 stagionali, per lo più a causa di incidenti stradali o “patologie pregresse”. Non incontro nessuno che ricordi una sola inchiesta. “Venticinque è un numero incredibile per così pochi visti”, dice Abul Rizvi.

Riforme necessarie

Nessuno propone che i due piani per i lavoratori delle isole del Pacifico siano cancellati. Quando funzionano, consentono agli abitanti di nove paesi della regione di acquisire nuove competenze ed esperienze di lavoro, e di mettere da parte parecchie migliaia di dollari da investire in piccole imprese, in alloggi resistenti ai cicloni o nell’istruzione dei figli. Mentre buona parte degli aiuti di Canberra alle isole vengono consumati dalle élite politiche o riciclati in Australia, i due programmi destinano denaro australiano ai cittadini. Costruiscono anche rapporti umani tra l’Australia e i paesi più vicini.

Ma l’operato di alcune agenzie interinali e di qualche agricoltore rischia di marchiare certi prodotti australiani – carne, frutta, verdura e vino – con l’etichetta dello sfruttamento, impedendogli di ottenere una certificazione etica. E questo sarebbe un grosso regalo alla propaganda di paesi accusati di usare il lavoro forzato, come la Cina nello Xinjiang.

Ora che il governo federale prevede di non riaprire le frontiere fino alla seconda metà del 2022, regioni come Bundaberg si trovano ad affrontare un altro anno di carenza di manodopera. Invece di limitarsi ad aspettare sperando che le cose tornino come prima, l’Australia potrebbe cogliere l’occasione per promuovere un cambiamento strutturale nell’offerta di lavoro regionale e attuare misure per indirizzare i backpacker verso una serie più ampia di settori, accrescere le opportunità per gli abitanti delle isole del Pacifico e attirare gli australiani verso il lavoro agricolo da cui di fatto sono stati esclusi. ◆ gc

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Questo articolo è uscito sul numero 1417 di Internazionale, a pagina 62. Compra questo numero | Abbonati