Il vertice Nutrition pour la croissance si è chiuso a Parigi alla fine di marzo, con la promessa di stanziare 27 miliardi di dollari per combattere la malnutrizione. È un’iniziativa lodevole, ma non basta a nascondere la situazione disastrosa della lotta alla fame, un flagello che colpisce più di 700 milioni di persone mentre altri 343 milioni devono affrontare una grave insicurezza alimentare. Dal 2021 la situazione è notevolmente peggiorata. Il Programma alimentare mondiale (Pam) delle Nazioni Unite, la più grande organizzazione umanitaria del mondo, sta vivendo una delle peggiori crisi finanziarie, vittima della folle logica trumpiana che rinnega il multilateralismo e delle politiche di austerità seguite da altri paesi.
Nel 2020 il Pam è stato celebrato con il premio Nobel per la pace. Davanti alle critiche per la pesante macchina burocratica dell’Onu, il Pam ha offerto un esempio virtuoso, perché i suoi 23mila dipendenti hanno salvato milioni di vite portando aiuti alimentari dove ce n’era un estremo bisogno. Nel ventunesimo secolo è quasi indecente constatare che la comunità internazionale non sembra più interessata al bene comune. Nel marasma degli egoismi nazionali, la lotta contro l’insicurezza alimentare è diventata secondaria. Ma che si continui a soffrire la fame è uno scandalo, anche perché l’agricoltura mondiale ha i mezzi e le tecnologie per nutrire più di dieci miliardi di persone.
Nel 2015 193 paesi dell’Onu ebbero l’audacia di adottare una serie di obiettivi di sviluppo, tra cui eliminare la fame entro il 2030. Oggi siamo ancora molto lontani. Tutti gli indicatori mostrano che a cinquant’anni dalla crisi del Biafra, la fame sta riguadagnando terreno. È ancora più sconvolgente se consideriamo che in tutti i continenti si spendono centinaia di miliardi di euro per il riarmo. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1608 di Internazionale, a pagina 17. Compra questo numero | Abbonati