I

Sei qui perché Christy è gentile. Gli hai detto che hai perso il lavoro e lui ha detto, immediatamente, che sono tutti degli stronzi e non ti meritano e senza di te non andranno da nessuna parte e ti fa sentire, per una sera, che potrebbe essere vero. Ti dice che va tutto bene, che questo è il bello del suo lavoro – perché lui fa l’autista, il tassista e le consegne di cibo da asporto di notte (contanti) – può lavorare tutte le ore che vuole, tutte le ore che servono. Sei qui perché dopo, forse quattro giorni dopo, ti dice che non ti fai vedere molto in giro, vero? E poi, altri due giorni dopo ancora, comincia a parlare di questo zio che andava a un corso di scrittura creativa alla sala della chiesa presbiteriana. Sembra che sia ricominciato, dice. “E fa bene uscire di casa, non credi, tesoro?”. Dice così.

Pensi quasi ininterrottamente al lavoro che hai perso. Provi a ondate sia il panico pesante della cosa sia qualcosa di più tagliente, qualcosa di simile al dolore, alla solitudine, al lutto

Vai al corso. Ci vai ogni martedì per tre settimane di fila, prendi un autobus per andarci e un autobus al ritorno. Ti siedi su una sedia pieghevole della sala della chiesa e non dici niente, e sei in difficoltà perché le altre persone hanno fatto lo stesso corso tutte insieme prima dell’estate. Il primo martedì, l’istruttore conosceva tutti per nome tranne te. Sei in difficoltà perché durante le pause parlano di gente che non puoi conoscere e ti guardano, se ti guardano, come se non fossi diversa da una sconosciuta qualsiasi, come se non avessi sentito le loro storie, come se non ti ricordassi cosa hanno scritto, cosa significa. Tu li guardi, e pensi: come fate a essere così freddi? Mi avete raccontato tutto. Siamo già amici.

Pensi quasi ininterrottamente al lavoro che hai perso. Provi a ondate sia un panico pesante sia qualcosa di più tagliente, più imbarazzante, qualcosa di simile al dolore, alla solitudine, al lutto. Le persone con cui lavoravi ti hanno portato una torta di compleanno. Hanno messo tutti la firma con il loro nome su un biglietto.

Prendi l’autobus e, ogni settimana, c’è la stessa bambina. Te ne rendi conto oggi (martedì, settimana 4). Lo vedi improvvisamente, violentemente: c’è la stessa bambina, ogni volta. Tutti sanno come si chiama. Lo vedi così: c’è una bambina ai posti davanti e la stanno chiamando. Quando arriva la loro fermata, aiuta una coppia a scendere. “Ciao, Mary”, le dicono, uscendo dalle porte. “Notte, tesoro”, dicono.

Vuoi scrivere di lei al corso. La sensazione quasi ti riempie. Vai alla sala della chiesa presbiteriana e ti siedi sulla sedia pieghevole, e quando l’istruttore (guida, è la parola che usano) dice “Chi vuole parlarci del suo progetto?”, tu dici “Io”. Ti fa sentire bene. Senti che gli altri girano la testa verso di te, che sono impressionati dal modo in cui dici queste parole. Dici “Io. Ho questa idea su una bambina che sta su un treno o su un autobus. Forse è lì tutto il tempo”.

“In che senso?” dice l’istruttore.

Allora entri nel panico. Il pavimento, la sedia, cominciano a sciogliersi. Hai il dolore dipinto in faccia. Perché mi odiate?, pensi. Vorresti dire: dovreste solo vederla. Ancora non lo so descrivere con le parole. Ma non puoi ammettere che la bambina esiste davvero. È un corso di scrittura creativa. Devi averla per forza inventata. Non puoi dire che l’hai appena vista. Non puoi dire: queste donne di mezza età sono salite e probabilmente sono abituate ad avere a che fare con i bambini perché dicono due interi, per favore, e la bambina era lì, proprio davanti sull’autobus, ha detto Addirittura!, e le persone sull’autobus, intorno a te, si sono messe a ridere; e ti sei sentita come se stessi violando una proprietà privata, e hai provato una fitta, quasi nostalgia di casa, ascoltando la risata. Non puoi dire: era sul mio autobus, l’ho vista. È scesa alla fermata vicina alla scuola superiore ed è corsa alla friggitoria cinese Taste of Peking e si è presa una busta di carta con dentro qualcosa che fumava quando si è seduta di nuovo e l’ha aperta, e l’autobus l’ha aspettata, tutti abbiamo aspettato, tutti l’abbiamo guardata mentre correva.

Dici, dici, “È solo un’immagine, per ora”.

Fai gli esercizi che ti chiedono di fare. Usi lo spunto di scrittura che è una moneta da due pence.

Ti manca tantissimo Christy. È distrutto dalla stanchezza, lo sapete tutti e due. Gli piace lasciarti dei messaggi vocali. A te piace ascoltarli. Te ne lascia uno questa settimana che dice: ed è tipo, cazzo, questo è solo un capitolo, amore, no?, e non s’interrompe mai un film a metà e cazzo questo film è scioccante, continueresti a guardarlo, e lo sai, cioè, qualcuno interromperebbe un film, sì, ma –

Sei qui per lui. Sei qui così lui dice, “Non tutto il male viene per nuocere”, sul lavoro che hai perso e può dire delle cose carine su te che diventi una scrittrice, su quanto è contento che sei uscita di casa. Settimana 2, l’istruttore ti ha chiesto, prima che cominciasse il corso, dove lavori e se sei sposata, e tu hai risposto solo alla seconda domanda perché anche solo parlare di Christy ti porta un’ondata di sollievo, di pace, di conforto, e racconti all’istruttore che l’hai incontrato quando eri giovane, quando avevi quattordici anni, quando ti eri messa i vestiti della tua amica per uscire ed eri uscita e lì in un giardino, nel giardino di qualcuno, c’erano dei ragazzi in fondo e c’era qualcuno che ti dava le spalle e sembrava come se lo stessero baciando, con le mani che gli scorrevano lungo la schiena, e tu lo stavi fissando, allora, e lui si è girato, ha fatto cadere le mani, ed era solo lui, e tu ti sei accorta che era uno scherzo, era lui che si accarezzava la schiena da solo con le mani. “Christy –”, ha detto la tua amica, una che lo conosceva. Lui ha sorriso con i denti che gli brillavano nel crepuscolo astronomico. “Ah, bene. Che si fa?”, ha detto.

II

Settimana 7, l’istruttore dice lentamente, “Non credo che stia funzionando. Devi decidere, è un personaggio, questa bambina? Allora devi rimpolparla. Oppure è un simbolo? È una metafora? Devi decidere cosa stai facendo. È – non sembri sicura di te”.

Vedi Christy mercoledì sera. Lo vedi. Sei innamorata perfino, pensi, del bianco dei suoi occhi, riconosceresti ogni cellula di lui, per te avrebbero tutte il suo nome. Ha fatto una bella corsa oggi, ti dice, gli hanno assegnato una corsa pazzesca, ti dice: trecentottantaquattro sterline.

È una cosa assurda. Pazzesco

Lo dici, dici “Che? Come?” e lui ti guarda raggiante. Dice, “Che giornata per essere una giornata sola!”.

Tornando a casa ti ha comprato delle cose: la cioccolata che non compri da più di due mesi; vino; carne, carne buona. Mette le cose sulla tavola, tutto il tempo sorridendo. Tu dici “Non capisco”. Lui dice “È una bella cosa, amore. Va tutto bene”. Senti una felicità stretta stretta nel petto. Canta come uno scemo, facendo tremare la voce: Things can only get better, le cose possono solo andare meglio! Mette le braccia, la pelle calda e i peli dritti intorno a te. Canta quello stesso verso quattro volte in totale. Ti fa dondolare con lui. Things! Can Only Get! BETTER! L’ultima volta tira un pugno in aria.

Chiama i take-away per cui fa le consegne per dire che è malato, che stasera non può lavorare. Ti sorride mentre lo dice, mentre tossisce. Stasera cucina lui. Non riesci quasi a sopportare l’odore, tanto è buono. Apri il vino. Apri la cioccolata. Ripeti a te stessa non capisco, ma nel senso di una gran gioia, di meraviglia. Ti ritrovi a elencare gli aggettivi per descrivere la cena: è il corso di scrittura, ti accorgi, la sua ancora che comincia ad affondare nella fessura del tuo cervello. Leggero, pensi, melodico. Il vino, diresti, danza. Lui prende un po’ di cioccolata, torna alla padella. Fa un verso. Dice “Oddio, è buonissimo”. Mangiando questa cioccolata, diresti all’istruttore, ti senti salva.

Prendi l’autobus che passa davanti alla sala della chiesa presbiteriana quel giovedì anche se non c’è il corso. È giovedì, non martedì. Ti siedi in un posto sul fondo e poi decidi di salire le scale, per sederti al primo piano dell’autobus e guardare le strade e le case dall’alto. Mary è in piedi sulle scale, che si dondola dal corrimano

A tavola parla di altre giornate. Guardi il suo viso, il suo contorno. Mangi. Bevi il vino. Non bevi da più di due mesi e il vino si fa sentire. Pensi in continuazione a frasi di due parole, tipo Eccoci qua, tipo È così. Parla di altre giornate e tu ti rendi conto, a un tratto, che è passato parecchio tempo da quando l’hai sentito parlare così. Non c’è mai tempo. E provi pena per le sere che avreste potuto passare, ma che non avete passato, da quando hai perso il lavoro.

Mi manchi.

Glielo dici. Sembra come una puntura. Dice “È una bella giornata, amore. Lasciamo che sia bella”.

Va bene, dici. Lascerò che sia bella.

Avete finito di mangiare ma rimanete seduti, a bere. “Allora la corsa di oggi”, dice. “Mi hanno chiamato subito, cioè subito stamattina: puoi accompagnare quest’uomo dall’altra parte del paese?”. Si siede diritto.

Forse si sente, dice il vino, come un cacciatore-raccoglitore. Ha viaggiato, è tornato, avete consumato tutto insieme. Ti accorgi di essere ubriaca.

“Quindi il primo shock, vado all’indirizzo dell’appuntamento e non c’è nessun uomo, ci sono queste tre ragazzine. Sono giovani, hanno le valigie, vogliono letteralmente andare da qui a lì, tipo, da un estremo all’altro”. Usa le dita in aria per far vedere la distanza. Immaginati il paese, intende, allargando le mani screpolate. Devono andare nel punto più lontano possibile. “Dall’agenzia mi hanno detto di essere preciso con il pagamento e tutto per via della distanza, no? Come pagano, questo è il punto. Insomma, bisogna vedere quanti soldi hanno queste ragazzine. Chiamo il tipo alla centrale perché mi hanno detto di andare a prendere un uomo e io gli dico, guarda che qui ci sono tre ragazzine, adolescenti, vent’anni al massimo, e gli dico va bene? E lui dice, certo, guarda, se sono loro che devono andare, probabilmente è il padre che ha fatto la prenotazione per loro o qualcun altro, no? Quindi perfetto, falle salire e parti”.

È una storia lunga. È una giornata lunga. Il viaggio dura circa cinque ore. Si fermano a due stazioni di servizio per fare la pipì. Le ragazze, le donne, parlano tra loro ma non in una lingua che Christy capisce. Mette la musica e loro ballano sul sedile di dietro con delle mosse che noi avremmo fatto alla discoteca delle elementari, pesce grande-pesce piccolo-fai le scatole e dai da mangiare alle anatre, e a una delle soste comprano una Coca con una parte dei contanti che hanno con sé.

Avete finito di mangiare ma rimanete seduti, a bere. “Allora la corsa di oggi”, dice. “Mi hanno chiamato subito, cioè subito stamattina: puoi accompagnare quest’uomo dall’altra parte del paese?”. Si siede diritto.

Dopo circa tre ore, succede una cosa stranissima, dice Christy. Ricevono una telefonata, la riceve una delle ragazze, e tiene il telefono girato in modo che sentano anche le altre.

“Dove cazzo siete?”, grida un uomo.

Le ragazze si irrigidiscono. Chiedono a Christy. Christy dice il nome della città più vicina. “Siete in ritardo, cazzo”, grida l’uomo, un uomo più anziano, ed è livido di rabbia. “Siete già in ritardo e farete ancora più ritardo, cazzo. Meglio se siete qui entro tre ore o sono guai, avete capito, ci saranno guai molto, molto seri, cazzo”.

Dopo, nella macchina tira una brutta aria.

Christy dice che ha detto: “Ma chi era?”, e le ragazze si guardano tra loro e poi una di loro dice: “Un amico”. Al che lui dice che ha detto: “Perché state andando là?”, e la stessa ragazza dice, ferma: “Concorso di bellezza”. E lui dice, un concorso di bellezza che comincia a quest’ora di mercoledì in una città portuale? La ragazza dice: “Concorso di bellezza”. E poi dice “Veloce, per favore”.

Lo ripete a intervalli, sembra un po’ spaventata. “La macchina, Christy. Veloce, per favore”.

Guardi Christy. Lui non ti sta guardando. Guarda il tavolo, il muro. Dice, “Io avrei, insomma, le avrei portate alla polizia o all’aeroporto, ovunque mi avessero chiesto di portarle, ma non me l’hanno chiesto”.

Sta confessando, ti accorgi.

“Le avrei aiutate”, dice ancora. Ma come fa a dirlo? Perché non le ha aiutate. Ha guidato la macchina fino alla fine.

Sei come tutti gli altri, pensi. Si muove per stringerti. Tu ancora glielo permetti. Non è vero che tutti facciamo cose terribili? Siamo come tutti gli altri. Guardi certe cose una volta sola e poi basta

Più tardi dice questo, sussurra: “Sei arrabbiata?”.

La domanda ti risveglia. Sei distaccata per via del bere. Sei sprofondata da qualche parte dentro il tuo corpo. Senti il suo tocco sulla pelle. Dici “ti amo”, perché senti che hai bisogno di dirlo mentre ancora puoi, mentre è ancora vero. Senti il calore del disprezzo dentro di te, una fiammata di disgusto. Com’è possibile che sei qui, pensi, com’è possibile che stia succedendo questo? Com’è possibile che lui non sia buono?

Non dormi. Ti alzi e ti siedi in bagno con le luci spente perché accese fanno troppo rumore. Ma è così, dice il vino, che sono fatti gli uomini. Quelli cattivi sono cattivi e quelli buoni sono passivi. Non avrebbe fatto del male a quelle ragazze – questo lo sai, questo è vero – eppure ha aiutato altri a fargli del male. Non ti farebbe del male ma forse non lo impedirebbe a un altro. Non dice che gli dispiace perché non crede davvero di aver fatto qualcosa.

Quindi non sa essere coraggioso, dici, dovrei odiarlo per questo?

Prendi l’autobus che passa davanti alla sala della chiesa presbiteriana quel giovedì anche se non c’è il corso. È giovedì, non martedì. Ti siedi in un posto sul fondo e poi decidi di salire le scale, per sederti al primo piano dell’autobus e guardare le strade e le case dall’alto. Mary è in piedi sulle scale, che si dondola dal corrimano. L’autobus va veloce ma lei si lascia trasportare da ogni curva; rimane sospesa in aria, le braccia tese. Non ha più di nove anni. Ti ricordi i nove anni: ricordi che credevi che tua madre, quando la vedevi, potesse fare delle vere magie; ricordi la bambina che si era trasferita nella tua classe da una scuola di Londra e vi aveva raccontato che aveva fatto sesso con il suo fidanzato di dieci anni, ricordi la confusione e la negazione della confusione, e la preoccupazione piccola e dura annidata nel tuo corpo, e come ognuna di voi l’aveva raccontato alle altre, perché avevate capito che la bambina di Londra voleva così. Provi, improvvisamente, un’enorme tristezza per chi eri da bambina. Tua madre, pensavi che potesse togliersi dei pezzi di dita a comando.

Dici, “Mary, posso sedermi al piano di sopra?”.

La bambina dice, “È pieno”.

Ti guarda. Sa che tutti sanno come si chiama. Ha questa fiducia in sé che, ogni settimana, fai fatica a descrivere. Conosce la gente, conosce tutti, sa che la conoscono. È protetta: quando sale qualcuno dell’azienda degli autobus, un controllore, qualcuno del consiglio, lei con calma, in silenzio, si siede accanto a un adulto, qualsiasi adulto, e fa finta di stare con lui o con lei, e loro gli reggono il gioco. Te compresa. Appesa al corrimano, ti fa pensare ad alcune fotografie che hai visto degli isolani che si arrampicano a piedi nudi sugli scogli per raccogliere le uova degli uccelli.

Emiliano Ponzi

“Siediti!”, grida qualcuno da sotto. “Mary, mettiti seduta, subito!”.

Non sei mai stata su questo tratto del percorso, hai passato la sala della chiesa da diverse fermate. Vi state avvicinando all’autostrada, dove l’autobus si metterà sulla corsia d’emergenza e procederà a tutta un’altra velocità. “Mary!”, grida l’autista. Salta i gradini a due a due e sale all’ultimo piano, dove ci sono dei posti.

Sali anche tu all’ultimo piano e ti siedi sul fondo. Tutto ti scorre attorno. Oggi hai fatto domanda per tre lavori prima di uscire di casa. Per ogni domanda ci sono volute ore. Non pensi a Christy. Pensi a un posto che per te ha sempre avuto un effetto calmante, un posto caldo, buio e tranquillo. Adesso sei lì, immagini. All’ultima lezione del corso hai letto quello che avevi scritto. Mary, hai scritto, è come uno dei figli del preside: si sentono a casa loro. All’ultima lezione, una donna ha detto, “Come fai ad associare questa bambina alla libertà, però? Non lo capisco. Lo dici anche tu, è bloccata su un autobus”.

III

Prendi le lezioni seriamente. Passi ore ogni giorno a strozzarti con le parole. Non ti rispettano perché non hai voluto scegliere un nuovo progetto. “È stato ottimo per rompere il ghiaccio, per farti parlare”, dice l’istruttore. “Ma non deve essere per forza questo, no?”. Il tono è supplichevole. “Abbiamo tutti delle false partenze, abbiamo tutti delle cose che abbandoniamo e poi riprendiamo, magari anni dopo. È un’immagine che hai avuto, un’immagine forte, ma hai altre storie dentro di te. Dobbiamo solo tirarle fuori”. Ma è questa qui. Devi raccontarglielo.

La sala odora di freddo. Quando le persone parlano le loro parole fanno l’eco e tu hai la certezza che non stanno usando il loro vero accento, che stanno usando parole e intonazioni diverse. L’istruttore spiega un nuovo strumento che vorrebbe farvi provare: il flashback. “Dà un contesto, dà uno sfondo, ci fa crescere con i personaggi”, dicono. Durante la pausa prendi due biscotti dal piatto, e poi tre, poi quattro, e poi vai al gabinetto che è in fondo al corridoio a destra del palco per cambiarti l’assorbente e ti siedi sulla tazza, il corpo indebolito dai crampi, finché non senti che sta arrivando qualcuno dalla sala; i passi si fermano alla porta del gabinetto e allora ti sbrighi, devi sbrigarti per farlo entrare.

Ti chiedono di lavorare per qualche minuto con questo nuovo strumento, il flashback, ma tu invece scrivi, provando qualcosa di simile alla furia, dell’autobus, della sua aria umida, della scala ripida che sale su. Ti senti concentrata, terribilmente concentrata, e vedi delle cose: il sudore sul corrimano, il ciuffo di peli che rotola delicatamente sul pavimento, il segno di unto sul finestrino dove qualcuno ha appoggiato la testa mentre dormiva; sei seduta sulla sedia pieghevole, senti le gambe di metallo e il rivestimento di stoffa. Scrivi anche mentre l’istruttore annuncia che l’esercizio è finito e dice, con impazienza, che è il momento di andare avanti. Con tutta questa tensione la tua faccia non ti sembra la tua faccia, senti la pelle accartocciata, i denti che ti fanno male, e scrivi del rumore che fanno le risate quando scoppiano, scrivi delle carrozzine che Mary cerca di far passare dalle porte per aiutare le mamme, del movimento sferragliante dell’autobus. E ti accorgi, lentamente, che hai creato scompiglio. La classe sta parlando e stanno parlando di te. Ci sono domande e l’istruttore è frustrato, arrabbiato perché gli hai spezzato il ritmo, e la gente fa domande a pioggia, senza mediare. “Nemmeno la descrivi, non c’è nulla sul suo aspetto, non riesci a raffigurarla per niente”, dicono, come contasse qualcosa l’aspetto di una persona e non chi o cosa è; ti senti peggio, forse, di quanto ti sei mai sentita, e c’è un uomo che si sporge in avanti dalla sua sedia pieghevole e dice, “Ma se lei è reale, se è un personaggio e non un simbolo, non dovresti fare la denuncia a qualcuno? Potrebbe essere questa la trama, potresti sfruttare quello che succede: la narratrice contatta le autorità. Insomma, al momento non c’è una trama, è solo – sei solo sull’autobus. Ma questa potrebbe essere la storia, potrebbe essere quello che succede”. Lo odi. Guardi l’istruttore, l’unico che potrebbe farli smettere.

“Magari”, dice l’istruttore, “se ne accorge il controllore?”.

La proposta raccoglie molti elogi.

“Abbiamo tutti delle false partenze, abbiamo tutti delle cose che abbandoniamo e poi riprendiamo, magari anni dopo. È un’immagine che hai avuto, un’immagine forte, ma hai altre storie dentro di te. Dobbiamo solo tirarle fuori”. Ma è questa qui. Devi raccontarglielo

“Ecco, questa è un’idea!”, dice il primo uomo. “Magari un giorno arriva il controllore e nessuno fa sedere la ragazzina vicino a sé e lui chiede –”.

Dici: “Preoccupati della tua cazzo di storia! Preoccupati della tua cazzo di vita! Ma poi che ci fai qui? Non fai altro che scrivere di un uomo di mezza età e di queste donne che gli si gettano ai piedi. Paragrafi e paragrafi di vestiti aderenti e di te che odi tua moglie. È imbarazzante, cazzo, e non osare parlare di Mary, non, non –”.

Eccoti qua, stai gridando.

Non sembra abbastanza ferito, perciò dici: “Mi dai il voltastomaco”.

Ed è vero che ti senti male: eccoti qui, sul punto di vomitare.

Ti alzi in piedi e ti accorgi, violentemente, di quanto hai sanguinato. Hai sparso sangue su tutto, sul tessuto spesso dei tuoi jeans, sulla stoffa della sedia pieghevole. Ti alzi in piedi nella sala e i tuoi compagni di classe ti guardano, senza dire una parola, poi te ne vai e sai che ti guardano mentre esci, fissano la sedia che ti sei lasciata alle spalle, e provi, anche se forse non ha senso, una sensazione tagliente, come di tradimento, per il fatto che nessuna di quelle persone si sia alzata e abbia provato ad aiutarti. Fuori sta facendo buio. Eccolo qua, l’inverno. Senza autobus né taxi, per tornare a casa a piedi ci vogliono un’ora e nove minuti. Fa freddo e hai i polmoni distrutti e le budella, i crampi, bruciano come se ti strappassero delle strisce di dosso. Perché mi odiate?, pensi. Non lo capisci.

A casa, è una cosa che non hai mai visto: grumi e coaguli e un sacco di sangue.

Ce n’è talmente tanto che pensi, sta succedendo qualcosa. Ma ci sono parole che non dirai mai, nemmeno a mezza bocca. A che serve sapere cosa sono le cose, cosa c’è dietro la loro apparenza? Non è niente finché non lo dici. Non è niente se non lo chiami per nome. È solo sangue, come non l’hai mai visto.

Emiliano Ponzi

Ricevi un avvertimento dall’istruttore. Arriva alla tua attenzione il giorno successivo. Questo è l’ultimo avvertimento. Devi saper accettare le critiche. Devi saper ascoltare. Non devi prenderla sul personale. Devo informarti che ti viene data questa opportunità solo in considerazione dei tuoi evidenti problemi di salute durante l’ultima lezione.

All’andata hai preso l’autobus di Mary. Eri già stanca, ma hai pensato che sarebbe stata una cosa passeggera. Hai ascoltato il messaggio vocale di Christy: Staremo bene amore, vero? Andrà tutto a posto, aspetta, noi –

L’autobus era più silenzioso del solito. C’erano solo altre quattro teste sedute intorno a te. Lei è arrivata da dietro. “Domanda”, ha detto. Ha allungato la mano sulla collana che hai al collo. È un ciondolo. Voleva vedere cosa c’era dentro. Gliel’hai aperto, le hai fatto vedere le facce. È pieno di immagini minuscole, gente che ride, ride. “Chi?”, dice indicando le persone.

Non sai chi sono. Hai comprato il ciondolo così.

IV

Ti concedi di piangere una volta sola. Oddio, cazzo, gridi. Vedi le ragazze sul sedile di dietro della macchina di Christy che lo guardano mentre guida. Si volta, dice, dov’è che dovete andare? Le porta dall’uomo, guidando per tutto il cazzo di viaggio. Viene a casa da te.

“Le avrei aiutate”, dice. Non dice che gli dispiace. Non dice che ha sbagliato. E ti guarda, dal modo in cui ti guarda, sai cosa sta dicendo: l’ha fatto per te. Chi altro ha bisogno di soldi? Chi altro ha perso il
lavoro?

Ti rende complice.

Sei come tutti gli altri, pensi. Si muove per stringerti. Tu ancora glielo permetti. Non è vero che tutti facciamo cose terribili? Siamo come tutti gli altri. Guardi certe cose una volta sola e poi basta. Poi dici, il mio ragazzo, una volta ha guidato per cinque ore per portare tre ragazze a un concorso di bellezza! Trecentottanta sterline. Non è assurdo quello che fa la gente?

Certe cose devono essere guardate, non studiate. “Insomma, il nome”, dice una donna. “La storia è ambientata in un’epoca quando quel nome ce l’avevano tutti? Tipo gli anni settanta, gli anni ottanta? È un nome supercomune, tipo che rappresenta i bambini in generale? Oppure è quando quel nome è diventato insolito per i bambini, e quindi si nota di più?”. L’istruttore dice che è un’ottima osservazione, quel nome contiene moltitudini, significati nascosti, profondità nascoste. C’è una pausa. L’istruttore ti dice: “Stai – stai ancora pensando?”.

Quindi sei tu, ancora tu quella che deve capire. E perché dovresti mai sapere la risposta? Che anno è, che ora è, che epoca è – la migliore di sempre? Siamo al sicuro? Chi te lo chiederebbe? Come fai a saperlo?

Non tutto si può sentire. Certe cose si devono solo guardare. È una pratica consapevole, che tu coltivi. È l’atto del non-vedere. È l’opera della finzione. Per vedere la verità delle cose, la gente le fa a pezzi. Tu questo lo rifiuti. Vuoi vedere solo la superficie delle cose. Il mondo deve essere lasciato libero di travolgerti come un’onda.

Naturalmente lo sai dove vogliono andare a parare: la bambina non fa i compiti, non gioca con le amiche; naturalmente lo sai che, se studi la situazione, da lei, a un certo punto, verrà fuori un’adulta, che ci saranno delle conseguenze, che quell’adulta avrà problemi, che ci sarà dolore o solitudine o pena, ma questa non è una cosa che riesci a sopportare.

“Perché non guardate solo quello che vi sto mostrando?”, hai gridato alla classe quella sera. “Non è sempre triste! Non ha sempre un significato! C’è questa bambina e non si sa come mai è sempre sull’autobus. Era il suo compleanno giovedì scorso e oggi è giovedì e porta ancora l’enorme spilla d’argento con sopra il biglietto: Evviva! Oggi hai nove anni!”.

Ogni volta che l’autobus si ferma, scala indietro di un posto per raccontare a qualcun altro la barzelletta che ha imparato e tutti ridono o sorridono quando la dice, anche se la sentite tutti ogni volta. Scala indietro di un altro posto e racconta la stessa barzelletta per la nona volta. “Troppo divertente!”, diciamo. “Ah ah! Questa è buona, Mary!”. Stiamo sorridendo, stiamo ridendo, la sentiamo tutti mentre la dice.

Raccontala ancora, Mary. Raccontala ancora. ◆

Liadan Ní Chuinn è una scrittrice del nord dell’Irlanda. Scrive con uno pseudonimo. È stata pubblicata su Tolka e Granta. Mary è uscito su The Stinging Fly, che nel 2025 pubblicherà una raccolta dei suoi racconti. La traduzione è di Fabrizio Saulini.

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Questo articolo è uscito sul numero 1595 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati