Qualche settimana fa abbiamo pubblicato online un video di Le Monde intitolato Donald Trump è davvero un bravo negoziatore? Consiglio di recuperarlo perché offre varie chiavi per leggere la telefonata della scorsa settimana con Putin.

Nell’analisi sulla strategia di Trump per fare un accordo sul nucleare con il leader nordcoreano Kim Jong-un nel 2017-2018, viene intervistato John Bolton, all’epoca consigliere per la sicurezza nazionale del presidente e oggi tra i suoi principali critici: “Trump pensava di potersi sedere con Kim Jong-un per discutere il programma nordcoreano e risolvere tutto in un giorno”. Poi c’è questo scambio con una giornalista durante una conferenza stampa:

“Quanto ci vorrà per capire se [i nordcoreani] sono seri o no?”.

“Credo che me ne accorgerò in un minuto”.

“Come?”.

“È il mio talento, il mio istinto, quello che so fare”.

L’occasione mancata di Putin e Trump
La telefonata tra i due leader non ha raggiunto grandi risultati: il presidente russo ha accettato di sospendere gli attacchi contro gli impianti energetici ucraini, ma la partita l’ha vinta lui

È molto probabile che Trump abbia affrontato la telefonata con Putin di martedì – e in generale stia affrontando il negoziato con la Russia – con lo stesso spirito. La sua promessa di mettere fine alla guerra “il primo giorno” non era una trovata da campagna elettorale ma una dichiarazione sincera, basata su una concezione delle trattative nata negli anni in cui sgomitava per farsi strada nel settore immobiliare (durante un comizio una volta ha detto che il paese “ha bisogno di un leader che abbia scritto The art of the deal”, l’arte di fare accordi, il suo libro del 1987).

Un’idea, spiega sempre il video di Le Monde, basata su altri princìpi: per fare un accordo bisogna trattare direttamente con il “boss” (un implicito rifiuto delle regole della diplomazia, che prevedono tappe graduali affidate a negoziatori di medio livello prima di arrivare a un accordo finale tra i leader); per uscire vincitore da una trattativa bisogna ragionare e muoversi fuori dagli schemi. Se a questi presupposti si aggiunge il fatto che Trump è istintivamente attratto dalle figure autoritarie e rifiuta altrettanto istintivamente le alleanze stabili (perché un alleato pretende delle cose senza dare niente in cambio), si comincia a capire la difficile posizione di Washington sui negoziati con la Russia.

Nella telefonata Putin ha accettato di fermare gli attacchi alle infrastrutture energetiche ucraine per trenta giorni, e il giorno dopo il leader ucraino Zelenskyj si è impegnato a non colpire le infrastrutture russe. Il cessate il fuoco parziale comporta vantaggi per entrambe le parti: gli ucraini avevano il problema dei missili russi che danneggiano le centrali elettriche e lasciano la popolazione al freddo e al buio, mentre Mosca voleva fermare gli attacchi ucraini con i droni contro gli stabilimenti di gas e petrolio, che riducono le entrate dello stato in un momento in cui l’economia è in difficoltà.

È un passo avanti ma non è certo la svolta che si aspettava Trump. Dopo la telefonata il Cremlino ha ribadito le sue richieste radicali sulle questioni più importanti: per accettare la proposta di cessate il fuoco completo degli Stati Uniti, il presidente russo chiede che l’Ucraina smetta di riarmare il suo esercito e di inviare nuovi soldati in prima linea; pretende che tutti i governi stranieri, compresi gli Stati Uniti e gli alleati europei, tolgano assistenza militare e di intelligence a Kiev. Condizioni che, prese insieme, indebolirebbero gravemente la capacità dell’Ucraina di difendersi.

Ucraina, una guerra tardocapitalista
A differenza dei conflitti del novecento, lo sforzo bellico dell’Ucraina è sostenuto in gran parte da logiche di mercato e donazioni private.

Putin punta alto perché sa di essere in una posizione di forza nelle trattative, ed è stato Trump ad avercelo messo: umiliando pubblicamente Zelenskyj, tagliando gli aiuti militari e l’intelligence a Kiev (cosa che ha permesso a Mosca di ottenere guadagni sul campo di battaglia, in particolare nel territorio russo di Kursk, cioè la principale merce di scambio dell’Ucraina in vista dei negoziati), facendo capire che i russi potranno tenersi i territori ucraini occupati (“perché se li sono meritati combattendo”), escludendo immediatamente la possibilità di far entrare Kiev nella Nato, aprendo subito alla normalizzazione delle relazioni economiche tra Stati Uniti e Russia senza chiedere a Putin di affrontare le cause della rottura delle relazioni.

Trump si è privato di qualsiasi leva negoziale che avrebbe potuto teoricamente usare nelle trattative con Putin. Non una mossa da grande negoziatore. E ora arriva la parte difficile.

Ha scritto Jonathan Lemire sull’Atlantic: “Il presidente è di fronte a un dilemma. Per garantire la pace che ha promesso, dovrà decidere se fare pressione su Mosca, inasprendo le sanzioni o aumentando gli aiuti all’Ucraina, per spingere Putin ad ammorbidire le sue richieste; o se sottomettersi ancora una volta a Putin e isolare Kiev”. Nessuna delle due opzioni è ideale per lui: nel primo caso sarebbe costretto a fare la voce grossa con Putin, rischiando di mettere a rischio i potenziali accordi economici con Mosca che, è bene ricordare, sono una delle priorità della Casa Bianca in questa trattativa; nel secondo caso si mostrerebbe debole agli occhi degli statunitensi e del mondo.

Per ora, continua Lemire, Trump “non ha fatto niente che suggerisca un raffreddamento dei rapporti con Putin. Quando Zelenskyj non gli ha dato tutto ciò che voleva nel loro incontro nello studio ovale, il presidente lo ha assalito e i repubblicani hanno chiesto un cambio di governo a Kiev. Quando Putin non gli ha dato quasi niente di quello che voleva, Trump gli ha comunque dedicato un amichevole post su Truth Social, si è impegnato a organizzare ulteriori colloqui e forse alcune partite di hockey con i migliori giocatori dei due paesi”.

Putin sa anche che il fattore tempo gioca a sua vantaggio: Trump vuole un accordo il prima possibile – più passa il tempo più si mostra impaziente nei confronti dell’Ucraina e degli alleati della Nato – e il presidente russo ha più possibilità di ottenere un accordo vantaggioso tirandola per le lunghe.

Una situazione che per certi versi ricorda la trattativa di Trump con i taliban durante il suo primo mandato. Il presidente, che non vedeva l’ora di presentarsi come quello che era finalmente riuscito a mettere fine alla fallimentare guerra in Afghanistan, promise ai taliban il premio più grande – il ritiro delle forze straniere dall’Afghanistan – senza chiedere in cambio niente di vincolante. Il ritiro militare avviato dall’accordo di Doha del 2020, stipulato dall’amministrazione Trump, ha poi portato al crollo del governo afgano e al caotico ritiro da Kabul nell’agosto 2021, durante la presidenza di Joe Biden.

Questo testo è tratto dalla newsletter Americana.

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