Alla fine di agosto, tra le località di Cochiti ed Elephant Butte in New Mexico, negli Stati Uniti, 181 chilometri del rio Grande erano asciutti: la secca più estesa rilevata almeno dal 2007. Il 31 agosto l’azienda idrica di Albuquerque ha fatto uscire dal bacino di Abiquiu circa 2,5 miliardi di litri d’acqua. Due giorni dopo l’ondata ha raggiunto la città e l’acqua è tornata a scorrere, per poco tempo, in un tratto del fiume. L’operazione serviva a studiare come reagisce il rio Grande dopo una secca così lunga, ma mostrava anche cosa sta succedendo nel sudovest. Quando l’acqua non basta più, bisogna decidere dove conservarla, quando liberarla e a chi destinarla.
Il rio Grande nasce sulle montagne del Colorado e scende attraverso il New Mexico fino a raggiungere El Paso, in Texas, al confine con il Messico. A quel punto ha già alimentato tanti campi e bacini che per gran parte dell’anno il suo corso è interrotto, con il letto asciutto per circa trecento chilometri.
Più a valle, prima del big bend, il grande arco che il fiume disegna lungo il confine tra Texas e Messico, il rio Grande ricomincia a scorrere soprattutto grazie al rio Conchos, che arriva dallo stato messicano di Chihuahua (proprio nel parco nazionale di Big Bend, ad agosto, l’amministrazione Trump ha sospeso, a causa delle proteste, i lavori per un nuovo tratto del muro di confine).
Jack Herrera, che per il Texas Monthly ha percorso in sette mesi i tremila chilometri del corso del fiume, scrive che l’attività umana ha trasformato il rio Grande in due fiumi separati: quello superiore, alimentato dalle nevi delle montagne Rocciose, e quello inferiore, che dipende in larga misura dall’acqua messicana.
A monte il fiume riceve sempre meno acqua dalle montagne. Alla fine di marzo, nell’alto bacino del rio Grande, il contenuto d’acqua del manto nevoso era appena l’8 per cento della mediana storica, il livello più basso mai registrato. Alcuni ricercatori parlano ormai di “aridificazione”, cioè non una siccità destinata a finire ma una trasformazione duratura verso condizioni più secche.
Il cambiamento climatico non basta a spiegare la crisi. Da più di un secolo l’acqua del rio Grande è sfruttata oltremisura e oggi, secondo il Texas Monthly, l’agricoltura assorbe circa l’87 per cento dell’acqua usata lungo il suo corso.
Molti dei diritti di sfruttamento di quest’acqua risalgono a un’epoca in cui il rio Grande era tutt’altra cosa. Herrera ha incontrato vicino a El Paso Jarett Rogers, che rappresenta la quinta generazione di agricoltori della sua famiglia e possiede alcune delle concessioni più antiche della zona, tramandate insieme alla terra. Quei diritti valgono molto e spesso seguono il principio use it or lose it, cioè “o la usi o la perdi”: chi per anni non usa l’acqua che gli è stata assegnata rischia di perdere la concessione. È un meccanismo che scoraggia il risparmio, perché irrigare meno può significare mettere a rischio una parte del patrimonio da lasciare ai figli.
Più a valle, dove il Conchos restituisce acqua al rio Grande, la distribuzione diventa una questione geopolitica. Il trattato firmato nel 1944 da Stati Uniti e Messico regola due sistemi fluviali con meccanismi diversi.
Nel caso del fiume Colorado, che nasce nelle montagne Rocciose, attraversa il sudovest degli Stati Uniti ed entra in Messico, dove sfocia nel golfo di California, gli Stati Uniti garantiscono ogni anno al Messico una quantità stabilita d’acqua.
Per quanto riguarda il rio Grande, agli Stati Uniti spetta un terzo di quella che arriva da sei affluenti messicani, tra cui il Conchos. Il trattato fissa una quota minima di circa 2,16 miliardi di metri cubi nell’arco di cinque anni. Alla fine del ciclo si verifica quanta acqua è effettivamente arrivata. Se una siccità eccezionale impedisce di raggiungere il minimo previsto, la quota mancante viene inclusa nel ciclo seguente. Tra il 2020 e il 2025, spiega un articolo di Le Monde, il Messico ha consegnato appena la metà della quota prevista e si è ritrovato con un arretrato intorno al miliardo di metri cubi. È il cosiddetto “debito d’acqua”.
Il fatto che ci sia una flessibilità sui tempi di consegna non pareggia minimamente i rapporti di forza tra i due paesi. Sul Colorado gli Stati Uniti possono ridurre la quantità destinata al Messico, a patto che diminuiscano nella stessa proporzione anche i propri consumi; per il rio Grande il trattato non concede al Messico la stessa possibilità. Alla fine del 2025 Trump ha minacciato dazi del 5 per cento sulle importazioni messicane se la presidente Claudia Sheinbaum non avesse aumentato le consegne. A gennaio i due governi hanno raggiunto un accordo e il Messico si è impegnato a recuperare l’arretrato nei cinque anni successivi.
Per rispettare l’impegno il governo messicano deve trovare l’acqua da qualche altra parte. Una possibilità è il San Juan, uno degli affluenti messicani del rio Grande, che gli accordi più recenti permettono di usare per le consegne agli Stati Uniti. Parte della sua acqua è immagazzinata nel sistema idrico di El Cuchillo, una delle principali riserve di Monterrey, circa duecento chilometri a sud del confine.
Nel dicembre 2025 il Messico ha inviato acqua dal sistema idrico di El Cuchillo verso il Texas, abbassando il bacino di quasi un quinto, l’equivalente di tre o quattro mesi dei consumi di Monterrey secondo il Texas Monthly. La scelta era particolarmente delicata perché la città aveva già sfiorato il cosiddetto “giorno zero” nel 2022, quando alcuni quartieri rimasero per mesi senza acqua corrente mentre nelle zone più ricche le forniture continuarono ad arrivare, anche se razionate. Per aumentare le consegne al Texas sono state così ridotte le riserve di una metropoli che pochi anni prima aveva già vissuto una crisi gravissima.
Solo sulla carta
Questo gioco di travasi avviene anche più a nord, nel bacino del Colorado. Tra aprile 2026 e aprile 2027 il Bureau of reclamation, l’agenzia federale statunitense che gestisce gran parte delle dighe e dei bacini dell’ovest del paese, prevede di liberare dalla riserva idrica di Flaming Gorge in Wyoming, al confine con lo Utah, tra 800 milioni e 1,2 miliardi di metri cubi d’acqua per sostenere il lago Powell. L’obiettivo è evitare che il suo livello scenda fino a compromettere il funzionamento delle infrastrutture della diga di Glen Canyon e la capacità di far defluire l’acqua verso valle. Il 1 settembre il bacino di Flaming Gorge aveva ancora il 70 per cento della capacità utile, quindi non sta per prosciugarsi, ma viene abbassato perché in questo momento quell’acqua serve di più altrove.
Nel suo reportage Herrera racconta che nell’ovest degli Stati Uniti le persone distinguono tra paper water, l’acqua assegnata sulla carta, e wet water, quella che esiste davvero. Sam Sandoval Solís, professore dell’università della California a Davis e studioso del rio Grande, calcola che in Texas i diritti assegnati rappresentino quasi il doppio dell’acqua che il fiume porta in un anno. Questo divario pesa sui bilanci delle città, sulle bollette, sui rapporti tra stati e governo federale e, lungo il confine, sulla politica estera.
Herrera avverte che il collasso del sistema idrico della regione di confine trasformerebbe la vita di milioni di persone. In Texas molti potrebbero essere costretti a trasferirsi, innescando migrazioni paragonabili a quelle provocate dall’uragano Katrina a New Orleans, mentre su entrambi i lati del confine il sistema agricolo potrebbe crollare.
Le conseguenze più lente sarebbero altrettanto gravi. Il Texas meridionale comprende già alcune delle contee più povere degli Stati Uniti e la scarsità d’acqua potrebbe scoraggiare investimenti e nuove imprese. Eppure, racconta Herrera, invece di prepararsi a questo futuro la regione continua a comportarsi come se nulla stesse cambiando. Anzi, la valle del rio Grande è in piena espansione.
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Ma ci sono anche amministrazioni che stanno cercando di prepararsi a questo futuro riducendo la dipendenza dai fiumi. El Paso, che un tempo ricavava dal rio Grande circa metà dell’acqua potabile, usa dal 2007 un grande impianto che desalinizza l’acqua salmastra delle falde. Ora ne sta costruendo un altro che depurerà le acque reflue fino a renderle nuovamente potabili e le immetterà direttamente nella rete. Il progetto costa quasi 300 milioni di dollari e dovrebbe produrre circa 38 milioni di litri d’acqua al giorno.
Nella contea di Orange, in California, il più grande sistema al mondo di questo tipo depura ogni giorno quasi 500 milioni di litri di acque reflue e copre circa il 35 per cento della domanda di un milione di persone.
Nel Nevada meridionale la strategia prevede anche di consumare meno: quasi tutta l’acqua usata nelle case viene depurata e restituita al lago Mead, mentre negli ultimi ventitré anni il consumo pro capite è diminuito del 58 per cento nonostante la popolazione sia cresciuta di quasi 900mila abitanti. Per ottenere questo risultato Las Vegas ha eliminato enormi superfici di prati ornamentali, limitato le dimensioni delle piscine e imposto regole più severe a campi da golf e nuove costruzioni.
Mentre varie parti del paese cercano soluzioni per adattarsi alle nuove condizioni, il governo federale sta indebolendo le politiche che dovrebbero limitarne le cause.
Nel febbraio 2026 l’amministrazione Trump ha cancellato la decisione che dal 2009 permetteva all’agenzia per la protezione ambientale di regolare i gas serra emessi dai veicoli e ha eliminato i relativi limiti federali; contemporaneamente sta ampliando l’accesso alle terre federali per lo sfruttamento di petrolio, gas e carbone e sta accelerando le autorizzazioni alle trivellazioni.
Più la crisi climatica avanza, più il costo dell’adattamento ricade quindi sulle città, sui loro abitanti e sui territori: c’è chi può spendere centinaia di milioni di dollari per produrre nuova acqua o consumarne meno, e chi invece finisce per pagare il prezzo delle decisioni prese altrove.
Questo articolo è tratto dalla newsletter Americana.
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