Trentamila agenti, compresa una riserva di 17mila uomini, una forza di reazione rapida che si possa mobilitare in ventiquattr’ore e un centro di coordinamento dedicato ai rimpatri. La commissione europea vuole trasformare Frontex, l’agenzia europea della guardia di frontiera e costiera, in uno degli strumenti centrali della politica di rimpatrio dell’Unione. La proposta di riforma presentata il 27 ottobre a Bruxelles punta a rafforzarne il personale, le dotazioni tecnologiche e i poteri operativi, ampliando allo stesso tempo il suo ruolo nelle espulsioni e nella gestione delle frontiere esterne.
Un progetto che segna un ulteriore passaggio nella costruzione di un sistema europeo sempre più orientato al controllo dei confini e all’accelerazione dei rimpatri con delle novità che sfidano le leggi fondamentali dell’Unione in termini di rispetto dei diritti umani. L’obiettivo dichiarato dalla commissione è rendere l’agenzia più autonoma e capace di intervenire rapidamente, mettendo a disposizione dei singoli stati risorse che non potrebbero mobilitare da soli.
Il nuovo corpo di frontiera permanente dovrebbe arrivare progressivamente a trentamila unità: seimila agenti dell’agenzia, il doppio rispetto a quelli in servizio oggi, settemila funzionari distaccati dai paesi dell’Unione e una nuova riserva di 17mila operatori, disponibili in caso di necessità.
Il rafforzamento sarà graduale e si svilupperà nell’arco di due cicli di bilancio europei. Non si tratta solo di aumentare il numero degli agenti. La proposta prevede che Frontex possa acquistare, noleggiare e condividere attrezzature con gli stati, comprese tecnologie digitali e strumenti basati sull’intelligenza artificiale.
Inoltre l’agenzia potrà fare da centrale di acquisto per le amministrazioni nazionali. Il progetto si accompagna a un bilancio di 11,8 miliardi di euro per il periodo 2028-2034, quasi il doppio delle risorse delle risorse attuali.
La novità politicamente più significativa riguarda il ruolo di Frontex nelle procedure di espulsione, rimpatrio e addirittura di trasferimento forzato in un paese extraeuropeo che non è il paese di origine della persona. Finora l’agenzia ha fornito sostegno logistico e operativo agli stati membri durante i rimpatri, partecipando all’organizzazione dei voli, mettendo a disposizione personale specializzato e coordinando le operazioni con i paesi di origine.
Con la riforma dovrebbe assumere una funzione operativa fondamentale, attraverso un apposito centro di coordinamento dei rimpatri incaricato di raccogliere informazioni, pianificare le operazioni e seguire l’intero percorso: dall’identificazione degli irregolari alla consulenza per il rimpatrio, fino all’esecuzione delle espulsioni e alla gestione dei trasferimenti forzati nei centri extraeuropei (anche detti hub).
Una delle disposizioni più rilevanti consentirebbe all’agenzia di sostenere operazioni di trasferimento forzato da un paeseextraeuropeo a un altro paese extrauropeo. Questa è la parte che ricorda di più il ruolo della polizia anti-immigrazione negli Stati Uniti, potenziata durante il mandato di Donald Trump nel suo programma di deportazioni.
Per farlo saranno necessari degli accordi con i paesi extraeuropei coinvolti e saranno richieste delle garanzie, ma resta comunque un’estensione significativa del raggio d’azione dell’agenzia, che potrebbe diventare uno strumento delle politiche di esternalizzazione dei rimpatri e delle deportazioni.
Il rafforzamento dell’agenzia s’inserisce in una strategia più ampia: il 16 ottobre infatti è entrato in vigore il nuovo quadro europeo sui rimpatri, che punta a rendere più uniformi e rapide le procedure di espulsione e prevede centri di detenzione in paesi non europei. La riforma di Frontex ne rappresenta il braccio operativo.
Chi risponde delle violazioni
C’è poi il capitolo della sorveglianza. La commissione propone un nuovo centro di monitoraggio e risposta online, con il mandato esplicito di osservare i contenuti pubblicamente accessibili sui social media, individuare messaggi che possano avere conseguenze sulla gestione delle frontiere e contrastare contenuti che presentano rischi per la sicurezza.
Una funzione che amplia ulteriormente il campo d’azione dell’agenzia, portandola anche nel monitoraggio delle informazioni che circolano in rete. A questo si aggiunge una forza di reazione rapida, attivabile su richiesta di uno stato che sia in una situazione di emergenza.
L’espansione dei poteri di Frontex riporta al centro una questione che accompagna l’agenzia da anni: questa istituzione rispetta i diritti fondamentali delle persone e chi risponde delle violazioni compiute durante le operazioni di frontiera?
Formalmente, il mandato di Frontex prevede il rispetto dei diritti fondamentali e l’agenzia dispone di un proprio responsabile e di un meccanismo attraverso cui presentare denunce. Ma il funzionamento di questi strumenti e la possibilità di ottenere giustizia per chi subisce abusi non sono scontati.
Il rapporto Aerial bordering pubblicato il 3 novembre, proprio nei giorni in cui si discute della proposta della commissione, denuncia che Frontex tra il 2016 e il 2024 avrebbe collaborato al respingimento in Libia e Tunisia di 33mila persone attraverso la sorveglianza aerea del Mediterraneo.
Un rapporto pubblicato nel 2026 dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali (Fra) offre altri dati significativi.
Nel 2025 l’ufficio per i diritti fondamentali di Frontex ha aperto 47 segnalazioni di incidenti gravi. Tra i casi esaminati figurano accuse di trattamenti inumani o degradanti, violazioni del diritto alla vita, mancato accesso alla procedura d’asilo e respingimenti collettive. Dei 42 casi chiusi nel corso dell’anno, in sette sono state riscontrate violazioni dei diritti fondamentali e in altri ventuno queste violazioni sono state considerate probabili.
Il problema riguarda soprattutto la possibilità di attribuire responsabilità e ottenere conseguenze concrete. Quando gli episodi coinvolgono le forze di polizia nazionali che partecipano alle operazioni coordinate dall’agenzia, il responsabile per i diritti fondamentali può chiedere alle autorità competenti di avviare indagini indipendenti.
Ma, secondo i dati riportati dall’Agenzia europea per i diritti fondamentali, solo sei dei 53 episodi trasmessi alle autorità nazionali sono stati oggetto di un’indagine indipendente delle istituzioni o tribunali. Nessuna di queste indagini ha portato a sanzioni nei confronti degli agenti responsabili.
Anche il Forum consultivo sui diritti fondamentali di Frontex, nel rapporto annuale relativo al 2025, ha segnalato criticità nelle attività dell’agenzia, in particolare in Grecia, Bulgaria e Serbia.
Il Forum ha ricordato che l’articolo 46 del regolamento europeo 2019/1896 consente al direttore esecutivo di sospendere o interrompere le operazioni quando si verificano violazioni gravi dei diritti fondamentali. Nel 2025, tuttavia, questo strumento non è stato usato.
Il Forum ha chiesto inoltre controlli più stringenti sulle attività di raccolta di informazioni condotte attraverso i colloqui con le persone migranti che possono comportare rischi per la loro privacy e i loro diritti.
La questione della responsabilità non è solo politica.
Alcune sentenze della corte di giustizia dell’Unione europea del 2025 hanno chiarito che Frontex ha un obbligo autonomo di verificare la legalità delle operazioni a cui partecipa e non può limitarsi a fare affidamento sulle autorizzazioni delle autorità nazionali. Un principio importante, soprattutto in un sistema in cui le operazioni sono spesso condotte in maniera congiunta da personale europeo e nazionale.
La proposta della commissione dovrà ora essere esaminata dal parlamento europeo e dal consiglio. Il confronto non riguarderà solo il numero degli agenti e le risorse economiche, ma anche i limiti del mandato dell’agenzia e i meccanismi di controllo sulle sue attività. ◆
Questo articolo è stato tratto dalla newsletter Frontiere.
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