Il 31 marzo le ambizioni politiche di Marine Le Pen sono state carbonizzate da una bomba politica fatta esplodere dal tribunale di Parigi. Le ripercussioni, come immaginabile, si sono fatte sentire in tutto il mondo politico. Accusata di aver prolungato e sistematizzato l’appropriazione indebita del denaro dei contribuenti europei per sostenere un Front National in crisi finanziaria (diventato dal 2018 Rassemblement national, Rn) e premiare alcuni personaggi a lei vicini, Le Pen è responsabile del suo destino.
La giustizia francese l’ha ritenuta colpevole di “appropriazione indebita di fondi pubblici”, imponendole una pena simile a quella richiesta dalla pubblica accusa, ovvero quattro anni di carcere di cui due senza condizionale e cinque anni di ineleggibilità con esecuzione provvisoria (dunque la pena si applica immediatamente). La decisione di Le Pen di mettere gli assistenti parlamentari europei al servizio del Front National avrebbe dovuto accompagnare la marcia verso il potere del partito di estrema destra, ma alla fine è stato questo sistema, analizzato per anni prima di essere rivelato, a tarparle le ali proprio nel momento in cui l’Eliseo sembrava vicinissimo, al termine di un processo di normalizzazione del partito che ha costituito il suo grande successo politico.
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La quinta repubblica non aveva mai assistito a una deflagrazione di questa portata. Nel 2004, nel momento in cui era stato dichiarato ineleggibile per la questione degli impieghi fittizi nel comune di Parigi, l’ex primo ministro Alain Juppé (1995-1997) non sembrava comunque in condizione di realizzare le speranze degli eredi di Jacques Chirac candidandosi alle presidenziali contro Nicolas Sarkozy. Nel 2011 l’ex direttore generale del Fondo monetario internazionale Dominique Strauss-Kahn, travolto dallo scandalo del Sofitel di New York, fu escluso dalla corsa soprattutto per problemi etici più che giudiziari. Nel 2017 anche l’ex primo ministro François Fillon (2007-2012) era stato frenato nella sua corsa presidenziale da uno scandalo di incarichi fittizi, ma poi erano state le urne a condannarlo definitivamente.
Marine Le Pen, però, non intende subire un destino simile. Costretta a sperare in un’accelerazione del calendario giudiziario che lei stessa aveva rallentato, la leader dell’estrema destra auspica ormai in un processo d’appello entro la fine del 2026, in cui i giudici possano rinunciare almeno all’esecuzione provvisoria se non alla pena complementare di ineleggibilità. Le Pen ammette che si tratta di “un percorso molto stretto e difficile”, ma precisa che per il momento non sta considerando la candidatura all’Eliseo del presidente dell’Rn Jordan Bardella.
La leader dell’estrema destra ha confessato che non si aspettava una punizione così severa. Una dichiarazione avvalorata dal suo comportamento dopo la sentenza: quando il presidente del tribunale, dopo un’ora e quarantacinque minuti di lettura della delibera, ha confermato l’esecuzione provvisoria della pena di ineleggibilità, Le Pen ha lasciato il palazzo di giustizia insieme alla sua scorta, isolandosi nella sede del partito con Jordan Bardella senza ancora conoscere la durata della sua condanna. La leader dell’estrema destra è stata colpita con la severità che lei stessa invocava per i politici condannati per scandali simili, per cui nel 2013 aveva chiesto addirittura l’ineleggibilità a vita. In seguito Le Pen si è accontentata di denunciare una giustizia lassista e colpevole di proporre troppe alternative al carcere, le stesse di cui lei beneficerà in caso di conferma della pena.
Risposta cacofonica
Seguendo un meccanismo ormai ben oliato, le “condanne della condanna” sono immediatamente apparse sui social network, provenienti soprattutto dagli abituali detrattori dello stato di diritto: il Cremlino, il multimiliardario Elon Musk, il presidente statunitense Donald Trump, l’ex presidente brasiliano di estrema destra Jair Bolsonaro e gli alleati europei dell’Rn, a cominciare dal primo ministro ungherese Viktor Orbán. In Francia, Le Pen ha incassato la solidarietà di avversari politici che si ritrovano nell’idea di una contrapposizione tra il popolo e i giudici, come il leader della France insoumise Jean-Luc Mélenchon (sinistra radicale) e il capofila dei deputati dei Repubblicani Laurent Wauquiez (destra).
I sostenitori esterni sono entrati in azione più rapidamente rispetto al partito di Le Pen, evidentemente preso alla sprovvista da una sentenza a cui la leader non voleva nemmeno credere. Già a novembre del 2024 l’entourage di Le Pen e i vertici del Rassemblement National non avevano previsto la durezza delle pene richieste, ma evidentemente non hanno imparato nulla da quell’esperienza. Il 31 marzo, quindi, è sembrato che il partito non avesse pronta né una risposta mediatica né una comunicazione digitale. L’Rn, che ha la fortuna di poter contare sul sostegno di numerosi commentatori televisivi, è rimasto muto per ore, prendendo tempo per evitare una risposta cacofonica.
Poi, in una lettera rivolta agli iscritti, Bardella ha chiesto “una mobilitazione popolare e pacifica”, una sorta di appello alla protesta che non è stato ripreso dai portavoce dell’Rn. Il deputato del dipartimento della Somme Jean-Philippe Tanguy si è scagliato in tv contro “il sistema” che impedisce alla sua paladina di concorrere per l’Eliseo, mentre Le Pen, in serata su TF1, ha tentato di screditare la decisione dei giudici. All’Assemblea generale e al parlamento europeo i deputati dell’Rn hanno sostituito gli interventi previsti su argomenti tecnici con denunce accorate di questo presunto scandalo antidemocratico. Thierry Mariani ha addirittura parlato di “assassinio politico”, un termine che non aveva voluto usare neanche dopo la morte dell’oppositore russo Aleksej Navalnij, nel 2024.
Questa impreparazione si aggiunge a quella evidenziata durante il processo da numerosi imputati, per altro colpiti da un impianto accusatorio schiacciante. Il tribunale non ha apprezzato la strategia di difesa costruita dagli avvocati di Le Pen, che hanno ridotto il processo a una semplice differenza di interpretazione del ruolo di assistente parlamentare, con una “impunità rivendicata” e un “disprezzo della manifestazione della verità” (secondo la sentenza) che hanno spinto i giudici a credere che esistesse un “rischio reale di recidività” e dunque la necessità di un’esecuzione provvisoria della pena. “Se il fatto che un imputato si difenda è sufficiente per considerarlo subito potenzialmente recidivo […] allora non esiste alternativa all’ammissione di colpa. È surreale!”, ha protestato l’avvocato di Le Pen, Rodolphe Bosselut, su Bfm-Tv.
Il rischio di una negazione prolungata
Marine Le Pen e il suo entourage sembrano aver scelto una logica che consisteva nel rinviare il più possibile la sentenza del tribunale, come si legge nel dettaglio nella sentenza, lunga 154 pagine. La leader dell’estrema destra francese è stata convocata durante la campagna presidenziale del 2017 e rinviata a giudizio al momento delle elezioni del 2022. Ora, con un appello e successivamente con un ricorso in cassazione, può sperare di superare una terza scadenza presidenziale malgrado la minaccia giudiziaria. Questo è lo scenario che il tribunale vuole assolutamente scongiurare, confidando nell’“efficacia delle pene”. Per i giudici l’elezione di una candidata condannata in prima istanza per appropriazione indebita di fondi viene definita come “un problema grave per l’ordine pubblico democratico”, in quanto “il diritto al ricorso” non deve essere “un diritto alla lentezza della giustizia”.
Attraverso una serie di manovre giudiziarie, sia legali sia dilatorie, Le Pen aveva conquistato qualche anno di vita politica in più e soprattutto la possibilità di candidarsi alle presidenziali del 2022. Ma non ha potuto impedire che la giustizia decidesse di applicare la pena appena possibile, come accade sempre più spesso nei casi di delinquenza finanziaria e politica.
A chi immaginava la fine della vita politica di Marine Le Pen, la donna candidata per tre volte alla presidenza ha risposto durante il telegiornale delle 20 su Tf1, con le mascelle serrate, una maschera di collera e una tirata di quelle che l’hanno resa popolare, in cui ha legato il proprio destino a quello degli elettori. Presentandosi come guardiana dello “stato di diritto” proprio mentre criticava la decisione di un tribunale, Le Pen ha scartato risolutamente l’ipotesi di una sua sostituzione. Quello che tutti gli esponenti del partito considerano come il “piano B” è stato ridimensionato con una frase: “Jordan Bardella è una risorsa formidabile per difendere il movimento. Speriamo di non dover ricorrere a questa risorsa prima che sia necessario”.
Il rischio, per il partito di estrema destra, è che il rifiuto della realtà manifestato negli ultimi mesi da Le Pen rispetto al suo futuro giudiziario si prolunghi fino alla vigilia delle elezioni presidenziali. Se la candidatura di Bardella dovesse essere ufficializzata soltanto a sei mesi dal voto e senza che il presidente abbia avuto il tempo di prepararsi, gli elettori avranno grosse difficoltà a convincersi che un uomo di 31 anni senza grande esperienza possa essere in grado di guidare la Francia. “Mi assumo questo rischio”, ha dichiarato Bardella martedì su Cnews ed Europe 1. “Combatterò al fianco di Le Pen. Fino a quando non sarà inevitabile, non considererò alcuna alternativa”.
Onde d’urto
I problemi legati all’identità del candidato presidenziale metteranno a dura prova il rapporto tra l’ex presidente del partito e il suo successore, soprattutto considerando che i rispettivi entourage non hanno gli stessi rapporti di fiducia reciproca e nemmeno la stessa linea politica. A queste tensioni potenziali si aggiungerà la gestione delle finanze dell’Rn, seppur risanate dai 13 milioni di euro annui di sovvenzioni pubbliche di cui ormai beneficia. La sentenza stabilisce che l’Rn dovrà versare 3,2 milioni di euro al parlamento europeo, più una multa da 2 milioni di euro. Se a questo aggiungiamo le somme dovute da ciascuno dei coimputati, a cui Marine Le Pen ha sempre promesso la copertura finanziaria del partito, la cifra totale da pagare supera i sette milioni di euro.
L’onda d’urto si propaga ben oltre il Rassemblement national. Una scomparsa di Le Pen dall’equazione per l’Eliseo potrebbe cambiare radicalmente gli equilibri a destra, per diversi motivi. Innanzitutto bisogna tenere presente che la leader dell’Rn incarnava l’ostacolo più grande all’alleanza tra destra ed estrema destra. Inoltre Le Pen ed Eric Zemmour si detestano a vicenda, mentre Bardella e l’eurodeputata di Reconquête! Sarah Knafo hanno rapporti nettamente migliori. Tra l’altro la nipote di Le Pen, l’eurodeputata Marion Maréchal, non ha rinunciato alla possibilità che un esponente della famiglia sia candidato alle presidenziali, come avviene regolarmente dal 1988. Infine la destra repubblicana potrebbe considerare Bardella come un rivale meno solido o addirittura un partner potenziale.
Con la sua sentenza, insomma, il tribunale di Parigi potrebbe aver avviato una nuova ricomposizione politica. Quanto a Jean-Marie Le Pen, precursore dell’appropriazione indebita del denaro europeo e morto il 7 gennaio a 96 anni, ci ha ricordato per l’ultima volta quale fosse la natura del suo movimento politico.
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