Uno dei risultati più importanti delle elezioni che si sono svolte in Israele il 27 ottobre è stata la partecipazione dei cittadini palestinesi. La loro affluenza record alle urne – pari all’80 per cento, contro il 53 per cento della tornata precedente – ha assicurato ai partiti arabi 19 seggi in parlamento, rendendoli un elemento fondamentale della scena politica del paese. Al blocco di opposizione guidato da Gadi Eisenkot basterebbe allearsi con loro per raggiungere la maggioranza e formare un governo che allontanerebbe finalmente Benjamin Netanyahu dal potere dopo quasi vent’anni. Peccato però che questa opzione per il momento resti categoricamente esclusa.

Il successo elettorale palestinese sta quindi mettendo in evidenza quella che l’analista politico Abed Abou Shhadeh su Al Jazeera chiama “una scomoda verità”: cosa succede quando dei cittadini che sono informalmente emarginati sulla scena politica ma il cui voto ha formalmente lo stesso peso diventano abbastanza potenti da decidere chi governa? Secondo Abou Shhadeh i palestinesi di Israele si trovano di fronte a una questione fondamentale: “Possono davvero determinare l’esito politico e, se sì, questo li rende cittadini alla pari?”.

Come ricostruisce Abou Shhadeh nel suo articolo, per i palestinesi cittadini di Israele da tempo il voto è un dilemma: “Se non si mobilitano per andare a votare, il rischio che la destra ebraica prenda il potere è elevato. Se invece votano, non c’è alcuna garanzia che la loro partecipazione si traduca in politiche che proteggano o avvantaggino le loro comunità”. Storicamente le comunità arabe di Israele hanno riposto scarsa fiducia nelle elezioni e in alcuni periodi, per esempio durante la seconda intifada, la loro affluenza alle urne è stata molto bassa. Anche perché il regime militare, l’occupazione e la repressione imposte da Israele hanno a lungo limitato la loro capacità di organizzarsi e partecipare alla vita politica.

I palestinesi cittadini di Israele, noti anche come arabi israeliani, sono i discendenti degli abitanti della Palestina rimasti all’interno dei confini di Israele dopo la creazione dello stato nel 1948. Allora erano 150mila; oggi sono diventati circa due milioni e sono un quinto della popolazione del paese. Tra il 1948 e il 1966 hanno vissuto sotto un’amministrazione militare che imponeva solo a loro limitazioni di movimento, coprifuoco e restrizioni all’attività politica. Già allora e poi nei decenni successivi sono stati oggetto di leggi e politiche discriminatorie adottate dai vari governi israeliani, racconta un approfondimento di Middle East Eye.

Secondo Adalah, un centro legale con sede a Haifa, più di 65 leggi approvate in Israele dal 1948 discriminano i palestinesi in modo esplicito o implicito. Riguardano soprattutto la proprietà terriera, l’alloggio, i finanziamenti pubblici e il ricongiungimento familiare. Uno dei primi esempi è stata la legge sulla proprietà degli assenti del 1950, che classificava come “assenti” i palestinesi fuggiti o cacciati dalle loro case durante la Nakba, la catastrofe del 1948, e poneva tutti i loro beni sotto il controllo dello stato. Ne sono seguite molte altre fino ad arrivare all’adozione, nel 2018, della legge che definisce Israele come “stato nazione del popolo ebraico”, declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua con uno “status speciale” e indica lo sviluppo degli insediamenti ebraici come un interesse nazionale.

Oggi i palestinesi vivono soprattutto in città e villaggi in Galilea, nel nord del paese, nella zona nota come Triangolo, nel centro, e nel deserto del Naqab (o Negev), nel sud. Circa l’80 per cento di loro è musulmano, il 10 per cento cristiano e altrettanti sono drusi. Nelle città in cui abitano la qualità della vita è inferiore rispetto a quelle a maggioranza ebraica. Le disuguaglianze riguardano soprattutto le abitazioni, i servizi pubblici e le infrastrutture. Inoltre si registra un livello più alto di criminalità e violenza, acuito da un’inadeguata protezione delle forze dell’ordine.

Secondo l’ong Abraham initiatives, il 50 per cento dei crimini violenti avvenuti in Israele ha coinvolto dei palestinesi. Negli ultimi anni il bilancio delle vittime è cresciuto da 116 nel 2022 a 244 nel 2023 fino a 252 nel 2025. L’organizzazione lega questa crisi a “una presenza ridotta delle forze dell’ordine e ai rapporti tesi con la polizia israeliana”. Anche le indagini ne risentono: la polizia israeliana ha risolto meno del 15 per cento dei casi di omicidio che riguardano i palestinesi, rispetto a un tasso del 65 per cento quando le vittime sono ebree.

Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 lo spazio di libertà per i palestinesi cittadini di Israele si è ridotto ulteriormente. Commenti sui social media contrari alla guerra di Israele a Gaza hanno scatenato arresti, licenziamenti, sospensioni e indagini disciplinari. La paura aleggia tra gli studenti palestinesi delle università del paese, mentre le politiche di estrema destra attuate dal governo di Netanyahu negli ultimi quattro anni hanno inasprito il clima nei confronti della comunità palestinese di Israele. In vista delle elezioni le cose sono peggiorate e un’analisi condotta dal sito di informazione Arabic post su più di 10mila messaggi sui social media relativi al voto ha rilevato che il 40 per cento di quelli pubblicati dai candidati della fazione di Netanyahu riguardava arabi o palestinesi, e il 94 per cento di questi era di natura ostile.

Per tutti questi motivi i palestinesi di Israele si sono organizzati e sono andati a votare in massa. Come commenta Abou Shhadeh su Al Jazeera, “hanno corso un rischio prendendo sul serio la loro cittadinanza e rivendicando il diritto alla piena uguaglianza politica e a un ruolo significativo nel plasmare il futuro del paese”. Molti di loro ora temono che il successo politico possa tradursi in nuove intimidazioni, violenza e repressione. Vari politici vicini a Netanyahu hanno già accusato gli arabi di aver “rubato le elezioni”, mentre il vicepresidente della knesset Moshe Feiglin è arrivato a dire che la mobilitazione elettorale dei palestinesi è stata “il 7 ottobre” della politica israeliana.

Così, conclude Abou Shhadeh, l’elevata affluenza alle urne tra i cittadini palestinesi sta costringendo “la società israeliana e la sua classe politica a fare i conti con la contraddizione intrinseca tra l’identità di Israele come stato ebraico e la sua pretesa di essere una democrazia”. In un commento su Haaretz, il giornalista israeliano Gideon Levy arriva a una conclusione simile affermando che il risultato elettorale dei partiti arabi obbliga i politici dell’opposizione a superare il loro “razzismo innato” e ad accettarli in una coalizione per sconfiggere Netanyahu. Se questo non avverrà, scrive Levy, “tutti sapranno che il razzismo è il valore supremo in questo paese, su tutti i fronti, al di sopra di ogni altro”.

Questo testo è tratto dalla newsletter Mediorientale.

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