L’atmosfera è tesa. Di fronte ai rappresentanti di TikTok, la deputata francese s’innervosisce, alza i toni: “Perché non proteggete i minori sulla vostra piattaforma? È inaccettabile”. Laure Miller, del partito centrista Renaissance, è la relatrice della commissione d’inchiesta sugli effetti psicologici di TikTok sui minori. Il 12 giugno 2025, insieme ai suoi colleghi, ha discusso per circa tre ore con i rappresentanti del social media.

Le parole di Laure Miller rispecchiano la forte ostilità che le autorità di molti paesi hanno nei confronti di TikTok, fin dalla sua comparsa dieci anni fa, il 20 settembre 2016. “Un fentanil digitale”, “una pistola puntata alla tempia degli statunitensi”, “un pericolo per la democrazia europea”, sono solo alcune delle definizioni date da parlamentari statunitensi ed europei. Ma perché tutto questo astio nei confronti di TikTok e non di altri?

Per capirlo, bisogna risalire al peccato originale: la nazionalità cinese. Nel 2012 l’ingegnere e imprenditore Zhang Yiming aveva creato ByteDance, una startup di app per smartphone. Ispirato dal successo di Musical.ly, un social media di video in playback, nel 2016 aveva lanciato una piattaforma simile, Douyin, che da noi aveva preso il nome di TikTok. L’anno successivo ByteDance aveva acquisito Musical.ly, già piuttosto popolare in occidente, ereditando automaticamente il suo successo, soprattutto tra gli adolescenti. Da allora TikTok non ha mai smesso di crescere.

“In un contesto in cui abbiamo a che fare quasi esclusivamente con piattaforme statunitensi, l’arrivo di TikTok è un’anomalia, intorno alla quale sono sorti interessi geopolitici”, commenta Olivier Ertzscheid, docente e ricercatore di scienze dell’informazione e della comunicazione all’università di Nantes, oltre che esperto di cultura digitale. Tutto questo si era intensificato a partire dal 2020, quando le misure di confinamento legate alla pandemia di covid-19 avevano portato TikTok a diventare una delle app più scaricate del mondo.

Fin dall’inizio gli Stati Uniti avevano guardato con sospetto alla diffusione di quest’applicazione tra i suoi cittadini. Presto avevano cominciato ad accusarla di trasmettere i dati personali degli utenti al governo cinese a fini di spionaggio, in modo da permettere a Pechino di manipolare l’opinione pubblica statunitense e corrompere i più giovani. “TikTok è un cavallo di Troia del Partito comunista cinese”, aveva dichiarato il senatore repubblicano Josh Hawley nel 2022. TikTok ha sempre smentito la trasmissione di dati dei cittadini statunitensi alle autorità cinesi.

Divieto per i funzionari governativi

I timori erano talmente grandi che nel 2023 gli Stati Uniti avevano vietato ai funzionari federali d’installare l’applicazione sui propri dispositivi professionali, una misura poi imitata dalla Commissione europea e da vari paesi, tra cui Francia, Regno Unito, Canada e Australia. Nel 2020 era inoltre cominciata una lunga telenovela che ha tenuto con il fiato sospeso gli utenti di TikTok: il presidente Donald Trump aveva minacciato di vietare TikTok negli Stati Uniti, a meno che la piattaforma non avesse accettato di vendere le sue attività negli Stati Uniti ad aziende statunitensi. Alla fine questa compravendita si è concretizzata nel gennaio 2026.

“Dietro quella mossa c’erano soprattutto interessi economici”, sostiene però Ertzscheid. “In seguito si è scoperto che uno dei più stretti collaboratori di Trump aveva acquisito una partecipazione in TikTok”.

Intanto le accuse a TikTok si moltiplicavano in occidente, man mano che il social media si rafforzava, arrivando a essere imitato da tutti gli altri e a ridefinire il concetto di divertimento online. Video brevi in formato verticale che scorrono all’infinito in un flusso personalizzato da un algoritmo: è questa la ricetta vincente di TikTok, fonte del suo successo ma anche dei suoi guai.

Nel 2024 la Commissione europea aveva aperto un’inchiesta contro il social media in nome della “protezione dei minori”, citando i “rischi legati a una progettazione che stimola la dipendenza” e i “contenuti nocivi”. “Essendo usata da milioni di bambini e ragazzi, la piattaforma ha una responsabilità speciale nella protezione dei minori online”, aveva dichiarato l’allora commissario europeo per il mercato interno e i servizi Thierry Breton.

Due anni dopo, nel febbraio 2026, al termine del procedimento, la Commissione aveva ordinato a TikTok di modificare il suo design, che “nuoce al benessere fisico e mentale” dei minori, che sono spinti a interagire in modo “compulsivo”, al punto da perdere il sonno.

Un design che crea dipendenza, carenze nella moderazione, contenuti pericolosi disponibili ai minori: le stesse accuse potrebbero essere mosse a tutti i concorrenti di TikTok. Anche Instagram, YouTube e Facebook, da sempre criticati per le politiche di moderazione, hanno adottato i video brevi in formato verticale basati su un algoritmo personalizzato. Come giustificare allora tutta l’attenzione riservata a TikTok?

Anche se non tutti sono convinti della pericolosità del social media cinese, vari studi, tra cui uno pubblicato nel 2025 da Amnesty international, mostrano che il suo algoritmo è in grado, in poco tempo, di trascinare gli utenti in un buco nero. Se per esempio un utente mostra interesse per contenuti legati a depressione, autolesionismo o suicidio, l’algoritmo gliene propone sempre di più. È il cosiddetto effetto “rabbit hole” (tana del coniglio): “TikTok inonda gli adolescenti vulnerabili di contenuti pericolosi che a volte possono incoraggiare autolesionismo o suicidio”, aveva denunciato l’ong in un comunicato.

Negli ultimi anni varie famiglie hanno denunciato TikTok, sia in Francia sia all’estero, accusando la piattaforma di aver spinto minori al suicidio. È uno dei motivi che avevano spinto Miller a proporre la creazione di una commissione d’inchiesta parlamentare sugli effetti psicologici di TikTok sui minori.

Perché solo TikTok? “Perché ci sembrava che fosse la quintessenza del peggio dei social media”, dichiara la deputata a Le Monde. “E poi sono poco trasparenti nelle comunicazioni, e questo contribuisce non poco alla loro cattiva reputazione”. Molti dei suoi colleghi volevano che la commissione si occupasse anche di altre piattaforme. “Gli ho spiegato che anche se abbiamo deciso di concentrarci su questa, le raccomandazioni si sarebbero applicate a tutte”, spiega. La scelta di TikTok è dipesa anche da una strategia di comunicazione? “In effetti questo fattore ha giocato un ruolo”, ammette. “Serviva un bersaglio ben visibile per arrivare ai giovani”.

TikTok, che non ha risposto alle domande di Le Monde, ha sempre sostenuto che la sicurezza degli utenti fosse la sua priorità. “Gli account degli adolescenti hanno più di cinquanta misure di protezione come impostazione predefinita”, aveva scritto l’azienda in un comunicato pubblicato nell’ottobre 2025, che citava il limite di utilizzo fissato a sessanta minuti al giorno e l’adattamento dei contenuti all’età.

Alla fine i membri della commissione d’inchiesta parlamentare avevano stabilito che bisognerebbe vietare ai minori di 15 anni tutti i social media, non solo TikTok, e questo aveva dato impulso a un progetto di legge. Il testo, che mira a “proteggere i minori dai rischi legati all’uso dei social network”, è stata promulgata il 24 agosto, ma senza il divieto per i minori di quindici anni, bloccato dal consiglio costituzionale in nome della libertà d’espressione.

Il 16 settembre la Commissione europea ha invece presentato il Kids act, che regolamenta l’accesso degli adolescenti alle piattaforme. Il testo prevede, tra le altre cose, la limitazione di alcune funzionalità, tra cui i due pilastri di TikTok, lo “scrolling” infinito dei video e l’algoritmo personalizzato.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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