Chiariamolo subito: il movimento studentesco che in questi giorni sta attraversando la Francia è impressionante. Le sue ripercussioni saranno numerose, e ovviamente incerte. Ma per la sua portata e la sua traiettoria, e per la sua polifonica irruzione nell’agenda politica, questa mobilitazione è già un punto di svolta della vita politica francese contemporanea.
L’importanza di quello che sta succedendo la si può misurare dall’incredibile levata di scudi delle forze reazionarie, che stanno tentando d’imporre l’immagine di un movimento con motivazioni dubbie, violento o strumentalizzato. Questo movimento mostra in modo clamoroso le irresponsabilità politiche del governo. I suoi avversari fanno bene a prenderlo sul serio.
In questa fase il movimento presenta alcuni tratti caratteristici e strutturali, che proverò a elencare ed esaminare attraverso una sociologia dei movimenti necessariamente ripensata alla luce di quello che sta succedendo. I punti che seguono non pretendono di essere esaustivi e devono essere letti come domande ancora aperte.
Dal basso
È la caratteristica primaria e ineludibile degli eventi di questi giorni: il movimento delle scuole superiori, ormai diffuso in tutto il paese, è nato negli istituti popolari della periferia parigina, nei dipartimenti di Seine-Saint-Denis e di Val-de-Marne. Al centro delle denunce di studenti e personale scolastico non c’è più la semplice “mancanza di risorse”, ma proprio il collasso degli istituti frequentati in gran parte da ragazze e ragazzi dei quartieri popolari.
Le prime richieste riguardano la parità di trattamento e sono formulate sulla base di una visione e di un’esperienza specifica delle disuguaglianze, rivendicando l’identità sociale dei quartieri popolari. L’estetica di questa mobilitazione, dalle parole al modo di vestire, si basa sui codici dei quartieri popolari. Rovesciando gli stigmi, il movimento testimonia la convergenza tra la cultura di strada e la presa di posizione politica.
Repressione e posizionamenti
Le immagini degli scontri tra studenti e forze dell’ordine hanno ricordato quelle delle rivolte dell’estate del 2023. La continuità è evidente anche nel ruolo che fin dai primi giorni ha avuto la violenza della polizia. Il lancio a distanza ravvicinata di una granata contro un minorenne a Saint-Ouen-l’Aumône, ripreso in un video, e la vicenda di uno studente che a Tours ha perso un occhio sono già entrati nella storia della mobilitazione. In questo senso, il movimento degli studenti è erede delle recenti forme di protesta radicate nel mondo dei quartieri popolari francesi, e ne porta su di sé l’impronta culturale.
L’emergere dei ragazzi e delle ragazze delle classi popolari nel campo politico, attraverso questo movimento, si inserisce nel solco di una storia recente già molto dinamica: dalle manifestazioni spontanee dei giovani durante la crisi sanitaria del covid-19 all’esemplare mobilitazione elettorale contro l’estrema destra dell’estate del 2024, passando per le rivolte del 2023, in questi ultimi anni questi ragazzi stanno oggettivamente occupando il terreno politico, anche se queste aspirazioni democratiche sono costantemente negate o stigmatizzate.
Infine, questo movimento si inserisce in una guerra di posizione nella battaglia culturale contro l’estrema destra: molte figure pubbliche che rivendicano la vicinanza ai quartieri popolari stanno prendendo posizione, contribuendo ad alimentare un sistema culturale che fa emergere un’evidente linea di conflitto intorno alle questioni del razzismo e della democrazia. Considerati i loro riferimenti, i giovani manifestanti si inseriscono chiaramente in questo ordine culturale. Le elezioni presidenziali del 2027 influenzano questi posizionamenti. La scadenza elettorale non è identificata esclusivamente come una prospettiva, ma anche come un dato concreto e molto presente, che giustifica la mobilitazione e le conferisce rilevanza.
Un movimento “pro-politico”
È un tratto distintivo della mobilitazione, forse non abbastanza evidenziato: i politici che si presentano alle manifestazioni sono trattati bene, talvolta perfino acclamati. E la tornata elettorale del 2027 è per lo più identificata come uno sbocco per la rabbia. Mentre da anni si parla diffusamente di una rottura tra ragazze, ragazzi e politica, e tra quartieri popolari e politica, queste proteste mandano un messaggio totalmente opposto.
I politici che arrivano con la fascia tricolore non sono accusati di “strumentalizzazione” dai manifestanti, ma sono accolti pragmaticamente come una preziosa fonte di sostegno utile ad amplificare la denuncia delle ingiustizie. Perché rifiutarlo? Fin dalla sua nascita la sollecitazione al mondo politico e alle istituzioni è parte integrante del movimento e delle sue rivendicazioni fondamentali. Le sue parole d’ordine non si collocano nel repertorio dell’antipolitica, ma si concentrano su richieste concrete: insegnanti, infermieri, ore di lezione, sedie, banchi.
Il movimento non si definisce contro le forme consolidate dell’impegno politico, né contro gli adulti (dal punto di vista della sociologia elettorale potrebbe senz’altro farlo) e si caratterizza per una forte solidarietà tra studenti e personale scolastico. La precarietà di quella che Pierre Bourdieu chiamava “la mano sinistra dello stato” si manifesta nella solidarietà a cui si assiste durante le manifestazioni, dove per esempio gli assistants d’éducation (figure che si occupano della supervisione e del monitoraggio degli studenti) stanno svolgendo un ruolo importante nella mobilitazione e nella legittimazione delle rivendicazioni di ragazze e ragazzi.
Culture popolari e cultura politica
Il movimento è più in generale l’espressione lampante di una dinamica circolare tra culture popolari e cultura politica. Fin dalle prime ore della mobilitazione è apparso chiaro che la sua ascesa era indipendente da qualsiasi struttura politica consolidata. Partiti e sindacati non hanno alcun radicamento nelle scuole superiori ed erano “invisibili” nelle prime proteste. Questo non significa, sia chiaro, che la politica fosse assente. Infatti, le iniziative spontanee di documentazione delle condizioni scolastiche esistevano già sui social media, le varie generazioni si sono trasmesse l’esperienza della disuguaglianza.
Il movimento ha tra i suoi riferimenti i gilet gialli, di cui si riappropria con un discorso pubblico che sui social media dimostra un’evidente coscienza collettiva del contesto politico generale. I tanti interventi di studenti davanti alle scuole mostrano una notevole padronanza della comunicazione, che si rivolge alla società per parlare delle condizioni di vita sia negli istituti sia nei quartieri popolari. Il tema dell’ingiustizia, ben noto ai sociologi che si occupano dei quartieri popolari, è onnipresente e si lega a una richiesta di uguaglianza.
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Come in molti processi di mobilitazione dal basso nel corso della storia, le difficili condizioni di vita sono state un acceleratore di politicizzazione ampiamente sottovalutato: si tratta di un tema che oggi sta entrando nel dibattito politico, ma che esiste da anni nelle contestazioni e nelle conversazioni quotidiane.
Qui sembra di notare l’emergere di una cultura politica alimentata dalle culture popolari più che dai tradizionali canali di politicizzazione. È senza dubbio questo l’aspetto che rende impossibile strumentalizzare il movimento: il suo essere espressione di qualcosa che è già lì, in anticipo sul mondo politico.
Ulysse Rabaté è un ricercatore in scienze politiche all’università Paris 8.
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