I lavoratori di più di cento porti in 22 di paesi si fermeranno venerdì 30 ottobre, in tutto o in parte, con uno sciopero contro il genocidio a Gaza, contro l’economia di guerra e contro quella che considerano la militarizzazione dei porti, attraverso i quali, denunciano, passano quantità sempre maggiori di armi e materiale bellico.
Sarà, sottolineano, la più grande mobilitazione internazionale di questo tipo mai realizzata finora, dopo un primo sciopero coordinato tra diversi paesi che il 6 febbrai o 2026 ha portato a interruzioni del lavoro in una ventina di porti. Questa volta, assicurano, l’azione su scala mondiale porterà al blocco di più di 40mila container in un solo giorno.
La mobilitazione coinvolge più di 25 sindacati in tutto il mondo, e in Italia è previsto anche uno sciopero generale indetto dall’Unione sindacale di base (Usb). Non è uno dei sindacati maggioritari, ma ha un’ampia presenza tra gli scaricatori di porto e ha reso famoso lo slogan “blocchiamo tutto”, che nel 2025 ha portato a proteste di massa e azioni di disobbedienza civile a sostegno della causa palestinese in tutta Italia.
Dalla penisola, paese chiave del traffico marittimo mediterraneo, continuano a transitare armi e materiale bellico destinati a Israele o alle esigenze militari degli Stati Uniti nella loro offensiva contro l’Iran, denunciano l’osservatorio sugli armamenti The Weapon Watch e le indagini di gruppi come i Giovani palestinesi d’Italia (Gpi).
“Con questa seconda giornata internazionale di azione e lotta, gli scaricatori di porto stabiliscono un record storico: questo 30 ottobre, più di cento porti in tutto il mondo entreranno in azione. L’intero tratto compreso tra il sud della Francia e il Pireo, quasi 1.100 miglia nautiche di costa e tre giorni e mezzo di navigazione per una nave portacontainer, sarà sostanzialmente chiuso al traffico”, hanno affermato diversi sindacati promotori in una conferenza stampa che si è tenuta a Roma il 15 ottobre e a cui partecipavano l’Usb, il greco Enedep, il marocchino Odt, il basco Lab e il turco Liman-İş. Tra i giornali presenti c’era anche elDiario.es.
“Il 30 ottobre rappresenta un momento storico di mobilitazione, una potente espressione di classe e di coordinamento internazionalista contro lo sfruttamento, l’aggressione imperialista e la guerra”, sottolineano i sindacati, che si erano impegnati a sostenere lo sciopero in occasione di un incontro a Istanbul nel maggio 2026. “Ogni gruppo sindacale in ogni paese ha deciso, attraverso i propri processi decisionali, come partecipare” allo sciopero.
Niente da guadagnare
Anche questa volta, come a febbraio, l’iniziativa avrà il suo centro nel Mediterraneo. Qui i porti in cui è stato indetto lo sciopero “rappresentano il 40 per cento dell’intera attività dei container” del bacino marittimo, e includono snodi di transito merci importanti come Marsiglia in Francia, Genova o Gioia Tauro in Italia, Tangeri in Marocco, il porto del Pireo vicino ad Atene e Mersin in Turchia.
Tra i gruppi sindacali che aderiscono all’azione c’è la Cgt francese, il primo sindacato del paese, che oltre a Marsiglia ha indetto lo sciopero in altri 24 porti, tra cui Le Havre, il secondo per importanza in Francia.
“Di fronte all’escalation dei conflitti in Ucraina e in Medio Oriente e al pericolo di una guerra generalizzata, il 30 ottobre manda un messaggio forte alle multinazionali, ai governi e alle alleanze imperialiste. I popoli del mondo non hanno niente da guadagnare dalle rivalità imperialiste e non si macchieranno le mani del sangue di altri popoli per il profitto capitalista”, affermano i sindacati, sottolineando che alla crescente militarizzazione dei porti si aggiungono la precarietà e la perdita di posti di lavoro, dovute all’automazione del settore.
Lo sciopero durerà 24 ore in Italia, Francia, Grecia, Turchia e India, e due ore altrove. Ci saranno scioperi anche nei porti statunitensi di Oakland e San Francisco, in quelli danesi di Aarhus e Copenaghen, nella città tedesca di Amburgo, in vari porti di Spagna, Portogallo, Svezia, Irlanda, Brasile, Marocco, Cipro, in alcune località del Messico, dell’Uruguay, della Croazia, della Slovenia, del Montenegro e dell’Australia.
In questi anni, con l’aumento delle guerre nel mondo, anche la mobilitazione dei portuali è cresciuta, perché vedono che i porti sono diventati snodi logistici per il trasporto di armamenti e per le esigenze militari delle grandi potenze. “I progetti e le politiche di riarmo aumentano i fondi a disposizione dell’industria militare, e questo si riflette nella logistica e nei trasporti verso le aree più interessate dai conflitti, come il Medio Oriente”, commenta a elDiario.es Francesco Vignarca, della Rete italiana pace e disarmo (Ripd) e analista di Milex, un osservatorio indipendente sulla spesa militare italiana.
“Gli armamenti sono trasportati in gran parte via nave, perché è pericoloso farlo in aereo”, afferma Vignarca. “La frequenza dei trasporti di armi aumenta a causa della militarizzazione crescente. Ma aumenta anche la consapevolezza di lavoratori, portuali e altri, e questo rende più frequenti le proteste, i blocchi e la volontà di reagire”.
Il riarmo, prosegue l’esperto, porta inevitabilmente alla creazione di maggiori infrastrutture nella filiera militare. “L’aumento della produzione di armi genera più infrastrutture produttive. Questo fa crescere le dimensioni degli eserciti, quindi il numero delle basi militari, e la militarizzazione degli spazi civili”, come i porti, “perché il percorso delle armi si sovrappone alla logistica ordinaria”.
“Nell’Unione europea sono stati fatti investimenti in infrastrutture che possono avere un uso militare, comprese linee ferroviarie o strade. Si tratta di una via fondamentale per il riarmo, che punta erroneamente a garantire maggiore sicurezza aumentando la forza militare”, una tendenza a cui i lavoratori portuali si oppongono. Per questo “è importante che ci sia più attenzione, controllo e volontà di mettere i bastoni tra le ruote al meccanismo della guerra”, sostiene Vignarca.
Segnali di scontento
Proprio in questa direzione agiscono i sindacati che hanno indetto lo sciopero, secondo i quali “il 30 ottobre rimarranno fermi più di due miliardi di dollari di merci”. In base ai loro calcoli, “un giorno di ritardo costa fino al due per cento del valore delle merci, quindi la perdita potrebbe arrivare a 43 milioni di dollari”. Questo “senza contare i ritardi del giorno successivo” o il costo aggiuntivo che potrebbe comportare lo sciopero generale in Italia.
Qui l’Usb ha organizzato mobilitazioni nelle principali città, mentre si prevede che lo sciopero avrà ripercussioni non solo sul traffico portuale, ma anche su aeroporti, ferrovie e trasporti pubblici, sulla pubblica amministrazione e su scuole e università. Sono previste inoltre varie mobilitazioni degli studenti, già molto attivi nelle ultime settimane.
È un segno del malcontento di gran parte dei movimenti e della società civile per i legami che il governo di estrema destra di Giorgia Meloni mantiene con Israele. Meloni non ha mai interrotto o raffreddato del tutto i rapporti con Tel Aviv e, anche se il suo governo ha assicurato di aver sospeso le licenze di esportazione di armi verso Israele dopo il 7 ottobre 2023, il transito o l’invio di armamenti verso questo e altri paesi continua, assicura a elDiario.es Carlo Tombola, ricercatore di The Weapon Watch.
“Attraverso i porti italiani passa una grande quantità di materiale militare, e la tendenza è in aumento. Un rapporto dell’organizzazione Giovani palestinesi ha individuato più di 480 trasferimenti fatti dall’Italia dopo il 7 ottobre”, dice Tombola. “Dai porti italiani passa di tutto, non c’è alcun controllo e aziende che non sarebbero autorizzate a esportare lo fanno comunque”.
Il ricercatore denuncia la mancanza di trasparenza del governo italiano nel rivelare i dettagli dei materiali trasportati o esportati. “Dato che le autorità non mettono fine a questa economia di guerra”, dice, “sono i lavoratori portuali a esercitare il diritto di obiezione”.
I sindacati sottolineano i risultati raggiunti. Nel 2024 gli scaricatori di Tangeri “hanno ritardato di almeno due mesi la spedizione di centinaia di tonnellate di armi destinate a Israele”. In quattro occasioni tra il 2024 e il 2026, i lavoratori portuali del Pireo ad Atene hanno bloccato varie spedizioni di armi. Nel 2026, una mobilitazione coordinata tra diversi paesi “è culminata nel sequestro di 23 container di acciaio militare indiano” ed “è stato impedito a tre navi della compagnia di navigazione Mediterranean Shipping Company (Msc) di accedere al porto in Spagna, scaricare in Grecia ed entrare in Turchia”. In seguito, il carico è stato fermato alla dogana in Italia.
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