Di tutte le sfide che l’Europa deve affrontare, ce n’è una che non avevamo previsto: quella dei giovani. Potevamo aspettarci che la generazione Z si ribellasse in Nepal, in Marocco o anche in Serbia, ma nelle democrazie liberali dell’Unione europea? Le classi dirigenti e i mezzi d’informazione sono in allerta per il rischio di una possibile guerra; sono consapevoli dei problemi strutturali dell’economia europea (segnalati, tra gli altri, nel rapporto Draghi); si interrogano sulla dipendenza nei confronti di un’amministrazione statunitense che volta decisamente le spalle al vecchio (molto vecchio) continente; si occupano perfino di crisi climatica. Ma i giovani?
Tutti questi problemi li coinvolgono, ma non ne sono chiaramente il fulcro. Anche se ragazze e ragazzi si preoccupano della guerra, della tecnologia, del clima e dello stato del mondo, raramente trovano un discorso politico rivolto direttamente a loro. Come se non bastasse, l’Europa, dopo essere apparsa a lungo come “l’unica utopia ragionevole possibile” (secondo la fortunata definizione dello scrittore spagnolo Javier Cercas) ha perso la capacità di far sognare.
L’Erasmus, la libera circolazione nel continente europeo (malgrado le tensioni ricorrenti) e la moneta comune, che appare ancora miracolosa a tutti quelli che hanno conosciuto le valute nazionali, non hanno lo stesso peso per chi non ha vissuto queste rivoluzioni. Qual è l’ultimo, grande progetto europeo che potrebbe motivare chi ha 18 anni? Il pilastro europeo della Nato?
In quest’epoca ansiogena, in cui i rischi geopolitici si aggiungono alla crisi climatica e alle incertezze legate alla tecnologia, possiamo credere davvero che l’Europa sia ancora capace di convincere una nuova generazione? L’esempio britannico dimostra che l’errore della Brexit è stato pagato caro: i giovani britannici, senza più la possibilità di partecipare ai programmi comuni dell’Unione, sono stati fortemente penalizzati e oggi sono il motivo per cui il Partito laburista vorrebbe riportare il paese nell’Unione europea.
Eppure, nel continente, l’Unione affronta un paradosso enorme: tutti i sondaggi d’opinione indicano un forte legame tra la popolazione e il progetto europeo, ma i partiti in crescita sono apertamente euroscettici o decisi a scontrarsi con Bruxelles per perseguire i loro obiettivi.
Questo significa che il futuro dell’Unione e le minacce esterne passano in secondo piano rispetto alla rabbia o alle preoccupazioni quotidiane. I leader europei, a Bruxelles e nelle altre capitali, non danno l’impressione di aver colto questa spaccatura che contiene in sé il germe della distruzione del progetto europeo.
Oppure, se ne sono consapevoli, non hanno risposte da fornire a ragazze e ragazzi, che sentono di non avere un futuro e reagiscono rumorosamente, confusamente e a volte violentemente. La vera sfida europea del momento, dunque, è più complessa del previsto: come fare a proteggere l’Unione in un mondo diventato più pericoloso a causa del risveglio degli imperi e allo stesso tempo restituire un orizzonte ai giovani, che non sono disposti a sacrificare il loro presente e il loro futuro per questioni che potrebbero sembrare lontane? Bisogna fare in fretta, la casa sta già bruciando.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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