Il 31 marzo la guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha promesso una “risposta ferma” in caso di attacco militare contro il suo paese, minacciato dal presidente statunitense Donald Trump.

In un discorso pronunciato a Teheran in occasione della festa dell’Eid al Fitr, che segna la fine del Ramadan, Khamenei, in carica dal 1989, non ha nominato direttamente Trump, ma il riferimento è apparso evidente.

In un’intervista trasmessa il 30 marzo dall’emittente statunitense Ntv, Trump aveva infatti affermato che “ci saranno dei bombardamenti in Iran se non firmeranno un accordo sul programma nucleare”.

Il 31 marzo il governo iraniano ha annunciato di aver convocato l’incaricato d’affari dell’ambasciata svizzera a Teheran, che rappresenta gli interessi statunitensi in Iran.

“Minacciare un attacco militare in Iran costituisce una violazione scioccante della pace e della sicurezza internazionali”, ha affermato sul social network X Esmail Baghai, portavoce del ministero degli esteri iraniano.

“Washington dispone di almeno dieci basi e 50mila soldati nella regione”, ha avvertito il generale Amir Ali Hajizadeh, comandante della forza aerospaziale dei Guardiani della rivoluzione, l’esercito ideologico dell’Iran.

La più grande base militare statunitense in Medio Oriente si trova in Qatar.

All’inizio di marzo il presidente statunitense Donald Trump aveva annunciato di aver scritto all’Iran per proporre dei negoziati il cui obiettivo è impedire a Teheran di sviluppare le armi nucleari. Allo stesso tempo, però, Washington sta attuando una politica di “massima pressione”, rafforzando le sanzioni contro il settore petrolifero iraniano.

Il 27 marzo l’Iran aveva riferito di aver inviato una risposta attraverso l’Oman, in cui si diceva disponibile a dei negoziati indiretti.

Teheran e Washington non hanno infatti relazioni diplomatiche dal 1980.

Il ritiro unilaterale del 2018

Nel 2018, durante il primo mandato di Trump (2017-2021), gli Stati Uniti si erano ritirati unilateralmente dall’accordo internazionale sul programma nucleare iraniano, firmato tre anni prima all’epoca della presidenza di Barack Obama, che offriva all’Iran un alleggerimento delle sanzioni in cambio di limitazioni alle sue ambizioni nucleari.

L’accordo era stato firmato anche da Russia, Cina, Francia, Germania e Regno Unito.

In un gesto di ritorsione dopo il ritiro degli Stati Uniti, Teheran aveva rinnegato i suoi impegni e rilanciato il suo programma nucleare.

I paesi occidentali sospettano da anni che Teheran voglia dotarsi delle armi nucleari. L’Iran sostiene invece che il suo programma nucleare non abbia scopi militari ma civili, in particolare nel settore dell’energia.