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“Ho camminato per quindici giorni da Dire Dawa, in Etiopia, a Gibuti per imbarcarmi. È stato un viaggio molto duro a causa della fame e della sete, e mi si sono rotte le scarpe lungo la strada”. Bayeh (non è il suo vero nome), 31 anni, è uno delle decine di migliaia di migranti che hanno rischiato la vita nel 2014 per raggiungere la penisola arabica. Un viaggio pericoloso che molti continuano a pagare con la vita. Il 14 giugno 2021 alcuni pescatori yemeniti hanno trovato 25 corpi di migranti annegati vicino alle coste di Ras al Ara, nel sud dello Yemen. Altre duecento persone sono date per disperse. “Se i barconi sono sovraccarichi, i trafficanti non si fanno scrupolo a gettare la gente in mare”, spiega Olivia Headon, portavoce dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) a Sanaa.

L’inferno è anche climatico. Alcuni muoiono disidratati nel deserto di Gibuti

Come Bayeh, ogni anno migliaia di persone s’imbarcano da Gibuti o dal porto di Bosaso in Somalia. Molti vorrebbero raggiungere l’Arabia Saudita, dove sperano di costruirsi un futuro, visto che in questo stato ricco di petrolio c’è carenza di manodopera. Ma il viaggio passa attraverso lo Yemen, che nel 2014 è sprofondato nella guerra civile. “Da quando è cominciato il conflitto è capitato che dei migranti fossero reclutati come soldati dalle parti in conflitto”, osserva Marina de Regt, docente di antropologia alla Vrije universiteit di Amsterdam. “Nel nord dello Yemen criminali e trafficanti di esseri umani approfittano dell’assenza di controlli alle frontiere per ricattarli, o a volte sono i combattenti huthi a pretendere il pagamento di un pedaggio”.

Via dalle persecuzioni

Gli scontri tra le forze governative, appoggiate da una coalizione internazionale a guida saudita, e i ribelli huthi, sostenuti dall’Iran, sono ormai la norma per gli yemeniti. Ma non bastano a fermare i nuovi arrivi dal Corno d’Africa, il cui numero è significativamente aumentato anche dopo lo scoppio della guerra. Nel 2014 erano arrivate novantamila persone, secondo l’Oim nel 2019 sono state 138mila. Per l’80 per cento sono etiopi, seguiti dai somali.

“Ho lasciato il paese dopo essere stato in carcere per tre mesi. Il governo mi accusava di far parte del Fronte di liberazione oromo”, racconta Bayeh, che è fuggito dalla regione etiope dell’Amhara. Dagli anni settanta il Fronte di liberazione oromo (Olf) chiede la secessione della regione dell’Oromia, la più grande dell’Etiopia, dove vive il gruppo etnico più popoloso del paese. “Uscito dal carcere, le autorità hanno continuato a perseguitarmi. Mia madre mi ha dato del denaro per scappare, dopo che alcuni poliziotti erano andati a cercarmi da lei. Avevano minacciato di portarla in caserma”. Così Bayeh ha deciso di andarsene.

I migranti etiopi sono in gran parte originari della regione dell’Oromia, i cui abitanti hanno a lungo dovuto fare i conti con la repressione politica, l’esclusione dal mercato del lavoro e le confische dei terreni. Molti sono giovani pronti a lasciare tutto in cerca di una situazione politica più favorevole o di migliori opportunità di guadagno. Anche se questo vuol dire precipitare nell’inferno.

Famiglie ricattate

“Nello Yemen i trafficanti ci hanno fatti prigionieri”, racconta Mounir (nome di fantasia), un altro etiope partito da Gibuti nel dicembre del 2019. Erano in cinquanta sull’imbarcazione. Due sono morti nel tragitto. Lui è stato picchiato dai trafficanti, che gli davano da mangiare solo riso e acqua. “Mi hanno chiesto dei soldi, ma non ne avevo. Hanno continuato a picchiar­mi per due mesi. Mi hanno lasciato andare solo quando la mia famiglia ha pagato 1.250 dollari”, racconta scosso. Questi abusi sono frequenti: i trafficanti lo fanno per estorcere somme supplementari rispetto a quelle pagate inizialmente per la traversata. Come spiega Headon, “la cifra richiesta può variare da poche centinaia a migliaia di dollari”.

L’inferno è anche climatico. Alcuni muoiono di disidratazione nel deserto a Gibuti, dove le temperature raggiungono i 45 gradi. I sopravvissuti “hanno a malapena il tempo di seppellire i compagni di viaggio, dire una preghiera, e poi devono ripartire”, continua la portavoce dell’Oim. Arrivati sulla costa, devono ammassarsi su imbarcazioni poco sicure. “La traversata è stata pericolosa. Eravamo in 150 sulla barca e il mare era molto mosso”, ricorda Bayeh. “Avevo sete e fame. E mi cadevano addosso i corpi di altri, morti di fame e di sete”.

Etiopia
Una svolta nella guerra

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Oltre a scappare dal paese in cerca di opportunità economiche, negli ultimi anni milioni di etiopi sono stati costretti ad abbandonare le loro case a causa delle violenze interetniche e, dal novembre del 2020, a causa dell’offensiva di Addis Abeba. Le forze del governo guidato dal premier Abiy Ahmed combattono contro i ribelli del Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf), che governavano la regione del nord, al confine con l’Eritrea. Secondo le ultime stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) gli sfollati etiopi sono complessivamente 1,7 milioni, su una popolazione totale di 110 milioni di persone.

Il 28 giugno c’è stata una svolta inaspettata nel conflitto nel Tigrai: i ribelli del Tplf hanno ripreso il controllo del capoluogo Mekelle, una città di 350mila abitanti, compresi l’aeroporto e la rete di telecomunicazione. I soldati dell’esercito federale si sono ritirati e Addis Abeba ha proclamato un cessate il fuoco. Gli abitanti della città, scrive il corrispondente del New York Times da Mekelle, sono scesi in piazza a festeggiare. La settimana precedente al ritorno del Tplf a Mekelle era stata caratterizzata da gravi violenze: il 22 giugno un aereo governativo aveva bombardato un mercato a Togoga, uccidendo una sessantina di persone, mentre il 25 giugno erano stati ritrovati i corpi senza vita di tre operatori umanitari di Medici senza frontiere in missione nel Tigrai. ◆


Nel 2020 la pandemia ha ridotto il numero di partenze dal Corno d’Africa. Si stima siano state 37.500. Anche se l’obiettivo è raggiungere l’Arabia Saudita, la maggior parte dei migranti rimane bloccata nello Yemen a causa della crisi del covid-19. E qui deve sopportare le conseguenze dell’insicurezza diffusa. Il 7 marzo a decine sono morti bruciati vivi a Sanaa dopo che le forze di sicurezza huthi hanno sparato contro un centro di detenzione per migranti, scatenando un incendio.

“Quello che è successo è una vera tragedia”, denuncia Akram, trent’anni, afroyemenita. È arrivato nello Yemen nel 1995 e lavora come cameriere in un caffè della capitale. Da quando è scoppiata la guerra dice di non avere più prospettive: “Vivevo bene prima del conflitto. Riuscivo a lavorare e a guadagnarmi da vivere, poi la situazione è diventata difficile”. Ha pagato un trafficante per andare in Arabia Saudita. Akram, che guadagna l’equivalente di cento dollari al mese, ne ha dovuti sborsare mille per il viaggio. “Ne avevo solo trecento. Il resto l’ho preso in prestito da un conoscente”, racconta il giovane, che ha già il progetto di lavorare in una lavanderia in Arabia Saudita. “Gli huthi chiudono i caffè. Abbiamo già subìto un attacco, con alcuni clienti che sono stati cacciati e uccisi. Spero che andando a vivere in Arabia potrò aiutare mia madre e le mie sorelle”.

Secondo il Norwegian refugee council (Nrc), se le violenze non si fermeranno, circa 672mila yemeniti lasceranno il paese nel 2021. “I combattimenti distruggono tutte le strutture essenziali: reti idriche, strade, scuole e ospedali”, denuncia l’ong. I migranti, che spesso vivono per strada, sono i più esposti al covid-19. Molti sono stigmatizzati e visti automaticamente come portatori del virus, per non parlare del razzismo che subiscono ogni giorno.

Ma Akram e altri come lui sono disposti a qualunque sacrificio: “Non mollerò, anche se dovessero catturarmi. Tenterò un’altra volta, perché spero in una vita migliore”. ◆ fdl

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Questo articolo è uscito sul numero 1416 di Internazionale, a pagina 30. Compra questo numero | Abbonati