Il 29 marzo due milioni di persone hanno invaso le strade di Istanbul, dando luogo a uno spettacolo impressionante. I leader della protesta hanno annunciato un programma di manifestazioni nazionali e regionali che andrà avanti fino a quando proseguirà la detenzione di Ekrem İmamoğlu, sindaco della metropoli e candidato di opposizione alle prossime presidenziali, arrestato il 19 marzo.
Lo scrittore turco premio Nobel per la letteratura Orhan Pamuk ha descritto la situazione nel paese con parole illuminanti: “Oggi, quel che resta della democrazia lotta per la propria sopravvivenza”. Ciò che sta accadendo in Turchia, infatti, è importante soprattutto se si considera il contesto globale, caratterizzato dall’ascesa dell’autoritarismo e in particolare dalle spinte autocratiche di Donald Trump.
Il presidente Recep Tayyip Erdoğan è alla guida della Turchia da 22 anni: un periodo in cui ha accumulato un potere personale enorme, riducendo progressivamente gli spazi democratici nel paese.
Già nel 2015 un precedente leader dell’opposizione, Selahattin Demirtaş, era stato arrestato dopo aver ottenuto un successo elettorale, e ancora oggi è in prigione. La stessa sorte è toccata a importanti personalità della società civile, come il filantropo Osman Kavala, ma anche a migliaia di cittadini comuni, a cominciare da quelli arrestati negli ultimi giorni.
È possibile che Erdoğan faccia un passo indietro? La portata del malcontento dopo l’arresto del sindaco di Istanbul dimostra che all’interno della società turca esiste ancora un afflato democratico. Sarà sufficiente per scalzare un potere che sembrava deciso a eliminare un ostacolo rilevante sulla propria strada? La popolarità del sindaco di Istanbul è enorme, tanto da renderlo l’unico avversario credibile di Erdoğan, e il risultato di questa battaglia è ancora incerto.
Oggi i turchi hanno la netta sensazione di essere soli. Il contesto internazionale, d’altronde, non è affatto favorevole. A Washington, Donald Trump non ha alcun motivo per opporsi a una dimostrazione di autoritarismo di Erdoğan, con cui in passato ha avuto ottimi rapporti.
Quanto all’Europa, in questo momento si sta preoccupando prima di tutto di assicurarsi che la Turchia resti all’interno del fronte di sostegno all’Ucraina. Di conseguenza, davanti alla deriva autoritaria di Erdoğan, è estremamente probabile che non si spingerà oltre qualche protesta verbale.
Ma perché Ankara è indispensabile nel contesto della guerra? Fin dai primi giorni dell’invasione dell’Ucraina, tre anni fa, la Turchia ha avuto un ruolo particolare, fornendo all’Ucraina i droni che hanno contribuito alla resistenza iniziale contro l’attacco russo. In seguito, ha fatto valere la sua storica influenza sul Mar Nero per neutralizzare ogni possibilità di rinforzo alla flotta russa, offrendo a Kiev l’occasione di allentare la pressione in una zona cruciale. Al contempo, però, Erdoğan ha mantenuto il dialogo con Mosca, si è rifiutato di applicare le sanzioni occidentali e ha persino tentato di fungere da mediatore.
La Turchia ha partecipato ai vertici di Londra e Parigi della “coalizione dei volenterosi”, il gruppo di paesi pronti ad aiutare Kiev anche senza gli Stati Uniti. Una presenza che offre a Erdoğan, almeno per ora, una garanzia di impunità per la repressione interna. In poche parole, il presidente approfitta del realismo diplomatico, che diventa essenziale in tempi di crisi come questo.
Intanto, i manifestanti turchi oggi sono abbandonati al loro destino, ma non si perdono d’animo.
L’esito del braccio di ferro innescato da Erdoğan con l’arresto di İmamoğlu sarà deciso dal popolo, e con esso il destino di “quel che resterà della democrazia turca”, per riprendere la formula eloquente di Orhan Pamuk.
(Traduzione di Andrea Sparacino)
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