Eravamo in giro per Venezia durante il carnevale. Il travestimento che ho apprezzato di più erano due persone con un disegno sull’abito che diceva: no foto, no cuoricini. E mi chiedevo: quando si è cominciato ad andare a vedere, anziché a fare, il carnevale? Da quando la partecipazione ha abdicato all’intrattenimento? L’epoca del consumo ha assorbito le feste e le ha ritualizzate nella maniera passiva che le compete. Si acquista un costume, ci si fotografa e ci s’instagramma a vicenda. Una specie di pornografia in cui l’immagine prende il posto dell’evento dissipatorio. La natura della festa presenta un grado di rischio e di imprevedibilità che dev’essere messo a norma, in sicurezza. Estinto lo scherzo, scomparsi Pantalone e Pulcinella, la commedia dell’arte trasferita ai fantocci della politica, cosa resta del carnevale? L’ultimo vero carnevale che personalmente ricordo l’ho vissuto a Ovodda, un minuscolo paese della Barbagia, in Sardegna, il mercoledì delle ceneri. Ogni attività e ogni ordine erano sospesi. Nell’unica via d’ingresso una pece nera veniva spennellata sui volti. Tutti dipinti di notte alla pari, senza nient’altro di organizzato, si andava in giro correndo il rischio d’incontrarsi. Niente smartphone e niente forze dell’ordine. Un imbestiamento a piacere, come un’infanzia del mondo, senza timore della noia, e nemmeno della paura.

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Questo articolo è uscito sul numero 1604 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati